Ogni spirito imparziale converrà, che non è possibile dar prova maggiore di tolleranza che vietare ai seguaci di una religione di far penitenza in un dato giorno, per ciò soltanto che, in quel giorno, i seguaci di un'altra religione celebrano la loro festa.

Se il Talmud è, come abbiamo dimostrato, legge di tolleranza, esso, seguendo il precetto del salmista (xxxiv, 15) “Ritratti dal male e fa il bene” è anche legge di carità e si informa a quella universale pietà ed umanità che formarono in ogni secolo la gloria degli Israeliti. I Siri dopo una battaglia perduta, dicono al proprio Re: noi abbiamo udito dire che i Re della casa d'Israele sono Re benigni [(144)]. I Talmudisti dicono: “Gli Ebrei si distinguono per tre caratteri: essi, cioè, sono pietosi, verecondi e beneficienti” [(145)]; ed altrove: “Chi non ha pietà non è della stirpe d'Abramo” [(146)].

Ed in altro luogo: “Caratteristica dei discendenti di Abramo è la pietà verso tutti gli esseri creati” [(147)].

Ed estendendo lo spirito di beneficenza anche ai non israeliti: “Per conservare l'unione e l'armonia che devono regnare fra tutti i membri della famiglia umana è prescritto di nutrire i poveri idolatri al paro dei poveri israeliti, di visitare i malati idolatri al pari dei malati israeliti, di rendere gli estremi uffici tanto agli idolatri morti, quanto agli israeliti” [(148)].

Ed il Modena constata come questo spirito di carità fosse ancor vivo negli Ebrei dei suoi tempi: “Hanno anco tanto per opera pia il dare elemosina, e sovvenir ogni misero, benchè non sia Hebreo; in particolare a quelli delle città, e luoghi dove abitano; come cosa propria della pietà humana indifferentemente et espressamente lo raccontano i Rabini” [(149)].

Di questo spirito di carità presso gli Ebrei rende splendida testimonianza un autore non sospetto, l'illustre De-Gerando con queste parole: “Tanta è la forza della legislazione biblica sulla carità, che essa ha conservato tutti i suoi effetti attraverso alle vicissitudini che ha subito questo popolo da tanti secoli. Qualunque siano state le sue disgrazie, fuggitivo, sparpagliato, perseguitato, non si è punto visto i suoi figli ricorrere alla carità pubblica. Anche là dove i diritti civili gli sono stati negati, là dove egli si trovava escluso dai principali rami di industria e dalla facoltà di possedere degli immobili, egli ha trovato nella comunità religiosa e morale, che unisce tutti i membri, dei mezzi sufficienti per sovvenire a' bisogni di quelli fra essi che non poterono sussistere coi loro proprii mezzi” [(150)].

Ed oggi ancora uno dei più illustri letterati e pensatori francesi, Maxime du Camp, in un notevole lavoro sulla carità [(151)] può scrivere senza tema di essere smentito queste parole:

“Ho molto viaggiato, e molto osservato, e non ho trovato in nessun luogo razza più benefaciente e più soccorrevole della razza ebraica.”

Dopo un pensatore un romanziere, ed un romanziere alla moda, Ernest Dandet che nel suo Jack scrive:

“Quando un ebreo si mette ad esser generoso la sua carità è inesauribile.”