Se dal frutto si giudica l'albero, da questi concordi giudizi sarà agevole argomentare quali sieno le dottrine giudaiche in materia di beneficenza. Ci piace però raccogliere anche su questo argomento talune sentenze talmudiche e non ci sarà difficile raccoglierne nelle opere di quei dottori che avevan per massima: “Fine della sapienza, esser la penitenza e le buone opere” [(152)], e che dicevano “lo stesso povero che vive di elemosina non esser dispensato dalle opere di carità” [(153)], e che insegnavano “principio della divina legge esser la carità; fine la carità” [(154)].
Ed ecco taluni precetti sull'argomento: “Tieni la tua casa a chiunque aperta e sien i poveri tuoi famigliari” [(155)]. — “Val più la carità che la beneficenza” [(156)]. — “Amare l'umanità equivale ad amar Dio [(157)].” — “Quattro caratteri vi sono nella beneficenza. Chi dà volentieri, ma non vuole che altri dia, è geloso de' meriti altrui. Chi vuol ch'altri dieno, ma egli stesso non dà, è avaro. Chi dà del suo e vuole ch'altri dieno, è uomo pio. Chi non dà, nè vuole ch'altri dieno, è malvagio” [(158)].
Si noti però che mentre il Talmud eccita il ricco alla beneficenza, eccita il povero al lavoro dicendogli: “L'uomo che è mantenuto foss'anche dal padre, fosse anche dalla madre e dai figliuoli suoi, non prova mai l'ineffabile compiacenza di chi si mantiene colle proprie fatiche” [(159)] e dipingendogli la sorte dell'uomo che vive dell'altrui beneficenza usa queste parole che rammentano i famosi versi del nostro Dante:
“Quand'uno trovasi costretto a ricorrere all'altrui beneficenza, egli è come fosse condannato a due supplizi, a quello del fuoco e a quello dell'acqua” [(160)].
E perciò il Talmud contiene consigli di previdenza così saggia, che nessun economista moderno sdegnerebbe di firmare; questo, per esempio: “Ti costruisci prima una casa, acquista qualche terreno, coltivalo e quindi pensa ad ammogliarti” [(161)].
Ma ogni legge sulla beneficenza sarebbe incompleta e manchevole, se non consigliasse più il soccorso che permette all'infelice di rialzarsi, mercè la propria attività, che la elemosina pura e semplice, che abbassa il carattere di chi la riceve. Come non plaudire quindi a questo precetto talmudico: “Ha maggior merito chi presta che chi dona”? [(162)].
E dopo essersi dato tanto pensiero per inculcare la beneficenza, provvedono i dottori del Talmud ad impedire, per quanto sta in loro, che i malvagi sfruttino la beneficenza dei pii: “Chi non abbisognando di vivere di elemosina, pur la riceve, non morrà di vecchiaia se pria non sia stato ridotto alla stringente necessità d'implorare l'altrui beneficenza. D'altro canto, chi oppresso dalla miseria fa ogni onorato sforzo per non accattare il suo pane, perverrà prima di morire a nutrire egli stesso degli sventurati co' suoi averi. È di lui che disse Geremia (xvii, 7) Benedetto l'uomo che si confida nel Signore e la cui confidenza è il Signore” [(163)].
In questo stesso Talmud, tanto calunniato, si trovano, con grandissima meraviglia, trattate e risolute questioni che nel xix secolo preoccupano ancora lo spirito pubblico.
La questione della pena di morte vi è esaminata [(164)].
“Se un tribunale, vi si legge, pronunzia ogni sette anni una sentenza capitale, si ha il diritto di chiamarlo crudele. Esso merita questo rimprovero, dice Rabi Eleazzaro, anche se pronuncia una condanna di morte ogni settanta anni. Se noi avessimo fatto parte del gran tribunale (aggiungono Rabbi Tarfon e Akivà), mai nessun uomo sarebbe stato condannato a morte.