Come va dunque che questo popolo essenzialmente agricolo, questo popolo che, come ebbimo già occasione di notare, pone, a capo delle sue leggi tradizionali, un trattato di legislazione agricola, questo popolo, cui nessuna industria, tranne il commercio, era estranea, divenisse a poco a poco esclusivamente commerciante e concentrasse per secoli la miglior parte della sua attività in quella industria appunto da cui maggiormente abborrivano i suoi antenati?

A Roma, dove, come già vedemmo, gli Ebrei erano numerosissimi, essi, vivendo sullo stesso piede dei cittadini romani, si consacravano ad ogni genere di industria.

Vennero i tempi delle persecuzioni, e delle numerose interdizioni economiche di cui gli Ebrei furono vittima, e prima fra queste interdizioni fu quella che proibiva loro l'acquisto di beni stabili. Da qui l'impossibilità per l'ebreo agiato di consacrarsi all'agricoltura. È vero che questo divieto di possedere beni stabili non fu sempre e dovunque osservato con uguale rigidezza, ma anche là dove la legge avrebbe forse permesso loro l'acquisto di qualche pezzo di terra, come mai avrebbe potuto risolversi un ebreo a comperarlo, se sempre e dovunque essi non erano che tollerati e continuamente minacciati di espulsione? Chi non sa la sicurezza essere la prima condizione della proprietà fondiaria? Tolta agli Ebrei agiati la possibilità di divenir proprietari, ne veniva per conseguenza che gli Ebrei poveri rifuggissero dall'agricoltura. Chi è mai quell'uomo che abbraccia spontaneamente un'arte, un mestiere qualsiasi, quando sa già da prima che in quell'arte, in quel mestiere, gli sarà vietato ogni progresso? Chi entrerebbe volontario nelle milizie, quando avesse la certezza assoluta di non divenir mai tampoco caporale? e chi vorrebbe darsi ai lavori agricoli sapendo di non poter mai divenir proprietario del più modesto pezzo di terra? E d'altronde l'odio cui eran fatti segno gli Ebrei avrebbe loro permesso di trovar lavoro sui campi altrui, quando ai loro correligionari ricchi era vietato di possederne? È almeno lecito il dubitarne.

E se ad essi era vietata l'agricoltura, lo era del pari l'esercizio delle arti, delle manifatture.

Il regime delle corporazioni di arti e mestieri, che fu la forma quasi esclusiva dell'ordinamento del lavoro, dall'età di mezzo fino a Turgot ed a Luigi XVI, bastava da solo a togliere agli Ebrei ogni possibilità di esercitare qualsivoglia industria.

Tenuto a vile, dispregiato, odiato, l'Ebreo è costretto ad abbracciare l'unica professione che gli si lascia libera, e questa professione è quella che fin dai tempi di Cicerone era ritenuta sordida [(195)]: il commercio.

Sarà gloria dell'Ebreo aver rialzato questa professione, e se stesso con essa, ed aver sempre lottato e reagito contro il pregiudizio castigliano che aveva infettato l'Europa intiera: la nobiltà consistere nell'ozio.

Ma già udiamo obbiettarci che ciò che si rimprovera agli Ebrei non è soltanto l'abbandono dell'agricoltura e delle altre industrie, ma specialmente l'esercizio dell'usura e la disonestà nel commercio.

Veniamo quindi all'usura.

Fra le molte accuse lanciate contro gli Ebrei dei tempi di Augusto a Roma non troviamo questa di usura.