Ma sarebbe un voler negare la luce del sole, negare che essi abbiano nei tempi posteriori esercitato l'esosa industria.
Sarà però opportuno intendersi subito sul significato vero di questa brutta parola.
“L'interesse dei capitali prestati, dice il principe degli Economisti francesi, chiamato mal a proposito interesse del danaro, chiamavasi anticamente usura (fitto dell'uso, del godimento), ed era la parola propria, poichè l'interesse è un prezzo, un fitto che si paga per avere il godimento di un valore. Ma questa parola è diventata odiosa, essa non desta più se non l'idea di un interesse illegale, esorbitante, talchè se ne è a lei sostituita un'altra più onesta e meno espressiva secondo il solito” [(196)].
Allorquando noi troviamo quindi impiegata dagli storici la parola usura, non dobbiamo prenderla nel senso che oggi vi si annette.
Oggi che le leggi, informandosi ai canoni della scienza economica, riconoscono la libertà dell'interesse, oggi che il negoziante, l'industriale, trova facilmente, ad equo interesse, i capitali di cui abbisogna, oggi infine che il denaro è a buon diritto considerato una merce come qualsivoglia altra, oggi l'usuraio è quel vilissimo trafficante che specula sulle dissipazioni della gioventù, o sui bisogni di quegli infelici che ridotti alla estrema miseria non potrebbero procurarsi altrimenti il denaro di cui abbisognano.
Nei tempi andati ben diversamente procedevano le cose.
Tutti sanno quanto odiosi si fossero resi nell'antica Roma i prestatori di denaro.
Bruto, Cassio, Antonio, Silla, persino il gran Pompeo ed il severo Catone prestano ad usura e non arrossiscono di esigere interessi che variano dal 48 al 70 per cento all'anno.
Cicerone, governatore della Cilicia, si crede il benefattore della provincia per aver abbassato il saggio dell'interesse al 12 % annuo, più un diritto di commissione in caso di ritardo o di rinnovamento.
Il Cristianesimo, venuto a bandire al mondo una parola d'amore, doveva reagire in senso opposto.