Da ciò negli antichi dottori della Chiesa, a cominciare da San Giovanni Grisostomo, quella tendenza a riguardare come illecito il prestito ad interesse, tendenza che diveniva tanto più pronunciata quanto più l'abuso, contro cui volevasi reagire, era più frequente e radicale; e che questo abuso si mantenesse tale nei primi secoli dell'età di mezzo, ce lo provano i capitolari di Carlo Magno, che più di venti volte tornano sull'argomento e non cessano di biasimare l'usura in ogni modo, lasciando intendere che era allora colpa comune così al clero come agli altri abitanti [(197)].

San Tomaso d'Aquino, per dir d'un solo, fondandosi sul principio che le cose fungibili, che formano la materia del prestito, non hanno guari un uso che sia distinto dalla cosa stessa, ne conclude che vendere questo uso esigendone un prezzo è vendere una cosa che non esiste [(198)], ovvero esigere due volte il prezzo della medesima cosa, poichè la sorte principale restituita è esattamente l'equivalente della cosa prestata, e che non avendo niun dato valore al di là della cosa prestata, l'interesse che se ne riceverebbe in dippiù sarebbe un prezzo doppio [(199)].

Sarebbe sfoggio di erudizione altrettanto facile quanto impertinente riunire qui centinaia di decisioni di Concilii, di bolle pontificie, di passi di autori i più ortodossi, che, tutti ad una voce, condannano l'usura, designando con tal nome, non l'usura quale oggi si intende, ma il semplice prestito ad interesse.

Verso la metà del secolo scorso, un papa, ed un gran papa, Benedetto XIV, esortava ancora i vescovi a dimostrare ai popoli quanto sia grave il peccato di usura, reprimendo i discorsi di quelli che lo spacciavano come indifferente [(200)].

Non è còmpito nostro indagare quale influenza siffatto divieto esercitasse sui progressi della ricchezza nei paesi cattolici. Sismondi, storico ed economista valentissimo, ma alla Chiesa cattolica punto benevolo, ne fa risultare “nel popolo assai più grande abitudine di dissipazione, perchè l'economia non conduceva all'agiatezza, e un capitale ammassato non era se non una occasione di più a peccare qualora si avesse voluto farlo fruttare” [(201)]. Non è possibile non convenire in questo giudizio dello scrittore protestante, ma l'imparziale filosofo della storia potrebbe esprimere il proprio rammarico che il Sismondi non abbia tenuto conto di due cose; e cioè della reazione necessaria che il Cristianesimo doveva portare contro i feneratori di Roma pagana, e delle condizioni della società nell'evo medio, che rendevano assai raro il bisogno del mutuo veramente ed economicamente utile, cioè del mutuo contratto per dar vita a traffichi e ad industrie, e frequentissimo invece il mutuo dannoso ed antieconomico, quello cioè contratto per far fronte ai bisogni della vita, o peggio, della dissipazione.

Non ci eleveremo dunque noi a giudici dell'opinione che vietava ai cattolici di dar denaro ad interesse, paghi di far notare che siffatta opinione, benchè in altri tempi universalmente adottata, non venne mai ritenuta come essenzialmente legata alla Fede; e ce lo prova, incontestabilmente, il diritto romano, che, compilato quando il Cristianesimo già era la sola religione dell'impero, autorizza, esplicitamente, il prestito ad interesse [(202)].

Vietato ai Cristiani il dar denaro ad interesse [(203)], vietata agli Ebrei ogni altra industria, era naturale, era forzato che gli Ebrei dovessero dedicarsi tutti, o quasi tutti, all'arte feneratizia, nella quale però ebbero predecessori e compagni i lombardi ed i caorsini.

Nè si potrebbe negare che gli Ebrei, specialmente nell'età di mezzo, esigessero interessi tanto esorbitanti da sembrarci oggi impossibili.

Ma i fenomeni economici hanno questo di comune coi poemi, che non possono essere apprezzati al loro giusto valore se non si pon mente alle condizioni di tempo e di luogo in cui si producono.

Poche parole di Giambattista Say ritrarranno queste condizioni meglio che noi non potremmo fare in un intiero volume: “Quando il bisogno di pigliare a prestanza ne faceva tollerare l'uso presso gli Ebrei, questi erano esposti a tante umiliazioni, avarie, estorsioni, ora sotto un pretesto, ora sotto un altro, che solo un interesse considerabile era capace di contrappesare vilipendii e perdite tanto moltiplicate. Lettere patenti del re Giovanni dell'anno 1360 autorizzano gli Ebrei a prestare sopra pegno ritirando per ciascuna lira, ossia venti soldi, quattro denari di interesse per settimana, il che fa più di ottantasei per cento l'anno; ma nell'anno successivo quel principe, il quale non di meno passa per uno dei più fedeli alla propria parola, di quanti ne abbiamo avuti, fece segretamente diminuire la quantità di metallo fino contenuto nelle medesime monete [(204)], talchè i prestatori non ricevettero più in rimborso un valore eguale a quello che avevano prestato. Basta ciò per spiegare e giustificare i grossi interessi che essi esigevano” [(205)].