Un insigne scrittore di cose economiche scrive di loro il seguente giudizio, che si potrà forse chiamare severo ma non certamente immeritato.
“L'ufficio della Polonia nella storia del Commercio è intieramente passivo. Nessuna altra nazione in Europa si è mostrata così poco atta e chiamata al traffico ed alle industrie. Anche ai tempi della sua grandezza, quando confinava al Sud col Mar Nero ed al Nord col Baltico, quando perciò riuniva le più favorevoli condizioni per l'esercizio del Commercio internazionale, la Polonia non seppe trar alcun partito da simili vantaggi. Non ebbe mai navigazione; non seppe neanche giovarsi nell'interesse del suo dominio, del commercio marittimo dell'Asia che le conquiste della Russia occidentale nel 1460 e quelle della Livonia nel 1583 avevano messo in suo potere, o per lo meno crearsi sul Baltico una posizione uguale a quella degli altri paesi di riviera. Che cosa non sarebbero divenuti in altre mani i porti di Riga e di Danzica come emporio di un paese simile a quello che si estendeva dietro a loro! Col suo mirabile sistema di corsi d'acqua, e con la varietà delle sue naturali ricchezze, la Polonia fu ai tempi del suo splendore uno dei paesi più felicemente collocati per isvolgere un attivo commercio. Ma la sua deplorevole costituzione, l'amore delle conquiste, l'indole bellicosa, il poco gusto per le arti pacifiche, per il lavoro, ridussero i polacchi ad un ufficio molto subalterno come popolo commerciante” [(219)].
Ciò che lo Scherer scrive dei polacchi, può dirsi a buon dritto di tutta la razza slava, ed è perciò appunto che dai paesi slavi giungono continue lagnanze contro il monopolio degli Ebrei e dei tedeschi, lagnanze inspirate da quel sentimento di invidia connaturale all'uomo che suole muovere alti lamenti quando vede altri cogliere abbondanti frutti da un albero che egli ha sdegnato. E che questo, e non altro, sia il movente dell'agitazione vivissima che nell'Oriente d'Europa si manifesta contro gli Ebrei, lo proclamava recentemente l'ex-dittatore dell'Ungheria, Kossut, in una lettera da lui diretta al deputato Mezey per combattere l'antisemitismo:
“L'agiatezza degli Ebrei, dice Kossut, dipende dalla loro attività e dal loro spirito di risparmio, e del regresso generale non sono colpa gli Ebrei, ma coloro, che per gli errori antichi, non sanno rivaleggiare con quelli.
“Ricordo ai magiari, che tra i Cresi americani non v'ha neppure un Ebreo, perchè l'Ebreo non può rivaleggiare con l'Americano” [(220)].
Del resto anche la pretesa ricchezza degli Ebrei venne assai esagerata, e noi, che ci siamo prefissi di avvalorare sempre le nostre parole coll'autorità degli uomini più eminenti di tutti i tempi e di tutti i paesi, lasciamo, anche su questo proposito, la parola ad un valentissimo economista inglese, il Mac Culloch, e gliela lasciamo tanto più volentieri in quanto che il brano che stiamo per riferire, riassume maestrevolmente quanto siamo venuti finora dicendo.
“Si è detto che gli Ebrei erano un esempio di un popolo la cui proprietà era stata lungo tempo esposta a una serie quasi non interrotta di assalti, e che nondimeno avevano continuato ad essere ricchi e industriosi. Ma allorchè lo si esamini rettamente, si troverà che gli Ebrei non fanno eccezione alla regola generale. I fortissimi pregiudizi che si sono quasi universalmente nudriti contro di loro, ebbero per lungo tempo l'effetto di impedir loro di acquistare nessuna proprietà in terra, e li esclusero dal partecipare ai fondi delle istituzioni pie dei varî paesi in cui erano sparsi. Non avendo perciò sussidi avventizi su cui basarsi, caso che divenissero infermi o poveri, provavano un bisogno fortissimo di risparmiare e di accumulare, ed essendo banditi dall'agricoltura erano per necessità costretti a coltivare il commercio e le arti. In un'età in cui la professione mercantile era guardata generalmente come cosa sordida, e in cui per conseguenza avevano pochi competitori, devono aver fatti grandi guadagni, sebbene questi si siano assai esagerati. Ma era naturale che quelli che si erano indebitati cogli Ebrei, dicessero che i loro profitti erano enormi: perchè così si infiammavano i pregiudizi che vi erano contro di loro, e si offriva un pretesto miserabile per defraudarli dei loro giusti diritti. Vi sono alcuni Ebrei ricchi nella massima parte delle vaste città dell'Europa, ma la gran maggioranza di quel popolo fu sempre ed è anche ora poverissimo” [(221)].
A queste parole del Mac Culloch ci sia permesso aggiungere due ultime considerazioni.
I nemici del nome giudaico, e non son pochi, se da un lato fanno colpa agli Ebrei delle ricchezze di taluni loro correligionari, irridono poi all'umile professione di molti dei più poveri e dei più avviliti tra essi; quella del rivenditore di abiti e masserizie usate, del rigattiere.
Eppure l'economista non isdegna quell'umile mestiere, e gli riconosce la sua larga parte di utilità economica; è il povero rigattiere che, colla industria sua, colla sua mano d'opera, ridà un valore a quanto lo aveva perduto, ed offre alle classi povere il mezzo di acquistare a poco prezzo le cose più necessarie alla vita. Le Temple [(222)] est la providence du peuple, ha detto, e con ragione, un gran romanziere, che era nello stesso tempo uno degli apostoli del socialismo: Eugenio Sue.