Ma, si dirà, ammesso pure che agli Ebrei sia vietato usar frode in commercio, tanto col correligionario quanto col Goi, non potrete negare, che la stessa Bibbia, mentre vieta loro di dar denaro ad usura agli Ebrei, permette ad essi di darne ai goim.

Ed infatti è scritto nel Deuteronomio (xxiii, 19, 20) ed altrove: “Non prestare ad usura al tuo fratello, nè danari, nè vittuaglie, nè cosa alcuna che si presta ad usura.

“Presta ad usura allo straniero, ma non al tuo fratello.”

La cattiva interpretazione di questo precetto espresso e ripetuto nella Bibbia, fu causa principalissima delle accuse mosse su questo argomento contro gli Ebrei e della ripugnanza che ebbe il Cristianesimo contro l'industria feneratizia.

Per bene interpretare questo precetto, conviene in primo luogo aver presente che la parola usura va intesa, anche in questo brano, nel senso di interesse. Abbiamo già dimostrato, colle parole del Say, che quello che noi ora diciamo interesse dicevasi usura negli antichi tempi, ci sia lecito aggiungere qui, che la lingua ebraica non ha la parola usura, nel senso che oggi volgarmente le si attribuisce, sicchè ogni qualvolta troviamo scritto nella Bibbia la parola usura dobbiamo leggere interesse.

Quanto al divieto biblico di prestar ad interesse al fratello, ed alla facoltà di prestare al forestiero, è un di quei precetti che debbono considerarsi parti della legge civile, non della religiosa, e che, come tale, cessarono di aver vigore colla esistenza politica della nazione ebraica.

Non diciamo cose nuove, ripetiamo, costretti, cose trite e ritrite.

Questo precetto, come prescrizione di legge civile, è facilmente spiegabile.

L'Ebreo in Palestina non era commerciante, lo abbiamo veduto; il commercio della contrada era in mano dei forestieri; da ciò consegue che se l'Ebreo prendeva a prestito denaro vi era costretto dalle necessità della vita, mentre il forestiero ne abbisognava per dar vita ai propri traffici; da qui il divieto, altamente economico, di far pagare interesse al primo ed il permesso, logico e naturale, di farlo pagare al secondo, che, dal denaro mutuato, presumeva ricavar lucro e vantaggio.

E questa nostra interpretazione è ampiamente suffragata dal versetto 25 del capitolo xxiii dell'Esodo: