“Quando tu presterai danari al mio popolo, al povero che è appresso a te, non procedere inverso lui a guisa di usuraio: non imponetegli usura.”
Il più volte citato Luzzatto così commenta questo versetto:
“Al popol mio, cioè ad Israello. A qualche povero che è appresso a te, spiega l'antecedente e cioè che l'esenzione dell'interesse è diritto solamente di chi è assolutamente povero, non del ricco che cerca danaro per speculazione.”
Anche il Mortara, onore di Mantova e del Rabbinato italiano, così interpreta questo precetto [(236)]:
“Il prestito fatto al povero viene considerato dalla morale religiosa come una carità e non un contratto. Essa riguarda pertanto il povero vergognoso come un congiunto, ed impone di prestargli, e non usare verso di esso come creditore che conceda dilazione al pagamento. È evidente che tale obbligazione morale non può vincolare che verso i prossimi e perciò la religione non la impone che verso i concittadini ed i correligionari.
“I nostri Dottori applicano il testo d'Isaja, “allora tu invocherai il Signore ed egli ti esaudirà,” a colui che ama i suoi vicini, porta operoso affetto a' suoi congiunti e presta una moneta al povero nel momento del suo bisogno; e nell'esposizione del testo (salmo xv, 5): Il quale non dà i suoi danari ad usura, comprendono espressamente il non Israelita fra quelli cui si devono far prestiti, senza percepirne interesse” [(237)].
E con questo commento dei due dottissimi rabbini si accorda quello di un eruditissimo sacerdote cristiano, l'abate M. Mastrofini, il quale conchiuse che il precetto “riguarda le usure di ricchi Ebrei su poveri, i quali tra loro convivono” [(238)].
E più sotto, lo stesso Mastrofini, riassumendo il risultato dell'acuta sua disamina sui varii passi del Vecchio Testamento ove è discorso dell'usura, così conchiude:
“La legge mosaica intorno le usure, ci rassicura ancora che non tutte le usure sono contrarie alla legge della natura. Imperocchè Dio, per Mosè, permise le moderate e discrete col ricco, tanto ebreo quanto forestiero” [(239)].
Questi i precetti biblici riassunti da scrittori dotati di sana critica. Vediamo ora come i talmudisti interpretarono la legge: