CRONACA DI FRA SALIMBENE DI ADAMO PARMIGIANO DELL'ORDINE DE' MINORI
a. 1266
L'anno del Signore 1266, Re Carlo passò il ponte di Ceprano[1] col suo esercito per andare contro Manfredi Principe, di Puglia e Sicilia, figlio dell'Imperatore deposto Federico II; poi Re Carlo coll'esercito passò il ponte di S. Germano[2], ed entrò di forza in S. Germano; agli 11 di Febbraio prese Capua, poscia sconfisse Manfredi e l'esercito di lui presso Benevento. Il qual Manfredi cadde morto con tremila de' suoi, tra cui il Conte Galvano, Annibale nipote del Cardinale Riccardo, Enrico Marchese di Scipione, nipote di Uberto Pallavicini, e molti altri Baroni; e Manfredi fu sepolto appiè del ponte di Benevento[3], un venerdì 26 Febbraio. Fu anche presa la moglie di Manfredi con due suoi figliuoli e con tutto il tesoro in Manfredonia. (Questa città la fabbricò Manfredi, e le impose il proprio nome; e fu fondata in vece di un'altra città, che si chiamava Siponto, a due miglia di distanza; e, se il Principe viveva pochi anni ancora, sarebbe diventata una delle più cospicue città del mondo. È tutta murata in giro, come dicono, ed ha un porto sicurissimo; è alle radici del monte Gargano; la strada principale è già abitata; sono già poste le fondamenta delle case nelle altre strade, che sono larghissime, e aggiungono molto alla bellezza della città. Ma Re Carlo l'ha tanto in uggia, che non la vuol nemmeno sentir nominare, anzi vuole che si chiami Siponto nuova). Nella stessa battaglia restò prigioniero anche il Conte Giordano e Pietro Asino di Fiorenza, e molti altri rimasero morti sul campo. Il Principe Manfredi però ebbe alcune buone qualità, di cui ho parlato a sufficienza nel lavoro che feci intorno a Gregorio X. E ciò ridico perchè lo storiografo deve essere imparziale, sicchè d'una persona non dica soltanto il male, e ne tacia il bene. I Cortigiani principali di Manfredi furono: Il Conte Galvano Lancia, che era il primo della Corte, e più d'ogni altro influente; era Piemontese ed aveva attinenza di parentela col Marchese Lancia; il Conte Giordano e il Conte Bartolomeo ambedue Piemontesi; il Conte di Caserta di Puglia, che tradì Manfredi, di cui, credo, aveva in moglie una sorella; il Conte di Acerra della Puglia di Terra di Lavoro; Giovanni da Procida, potente e grande nella Corte di Manfredi, ed è in voce d'aver egli propinato il veleno a Re Corrado, ad istanza del fratello Manfredi; Manfredo Maletta, che vive tuttora, Conte Ciamberlano, potentissimo alla Corte di Manfredi, ricchissimo, e da Manfredi stesso prediletto. Questo Maletta avendo potuto sfuggire alla strage che si fece dell'esercito del suo Signore, si ricoverò a Venezia, e vi abitò finchè Pietro d'Aragona invase il Regno dalla parte di Messina contro Re Carlo, fratello del Re di Francia S. Lodovico di buona memoria. Ed ora il prenominato Ciamberlano è uno dei grandi e prediletti nella Corte di Pietro d'Aragona. Egli sa dove stanno nascosti molti tesori. È valentissimo e perfetto compositore di canti e canzonette, e per suonare strumenti musicali è stimato non aver pari al mondo. È regnicolo, cioè oriondo del Regno. E qui è da notare che Re Carlo fece uccidere molti, or l'uno or l'altro, che si spacciavano per Manfredi. Imperocchè non manca mai chi, a cagione di lucro, s'infinge per Manfredi; sia pur anche che si esponga al pericolo della morte. L'anno stesso poi 1266, Brescia, che era sotto la Signoria del Marchese Uberto Pallavicini, si ribellò al Marchese, ed i Bresciani che erano dentro la città, e quelli che ne erano fuorusciti, fecero tra loro pace e concordia, e si rappacificarono anche coi Milanesi e coi Bergamaschi, in Febbraio. L'anno stesso, i Modenesi fuorusciti occuparono il castello di Monte Valerio[4], per tradigione di Ugolino da Guiglia, un nobile del contado di Modena, che fattosi d'improvviso traditore e nemico, di amico e fedele che era dei Modenesi della città, cioè degli Aigoni, che parteggiavano per la Chiesa, e ribellatosi a quelli che in molte maniere l'onoravano, lo consegnò ai fuorusciti, cioè ai Gorzano e a quelli di parte loro; i quali occupando il detto castello molestavano in diversi modi la diocesi di Modena. Perciò, i predetti Modenesi della città, colla milizia dei Reggiani, e forte numero di popolani ed alcuni Parmigiani si posero a campo virilmente e potentemente attorno al castello; ed ivi durando tutto il mese, fu tanta la fame e la sete a cui furono ridotti quei del castello per la moltitudine degli uomini e degli animali, che non vi si poteva più vivere; e inoltre vi si era fatto un insoffribile fetore, sicchè dopo aver perduto per forza, ai 3 di luglio, lo steccato, già ridotti agli estremi, avuto affidamento del rispetto alle persone, abbandonarono, ai 4 di Luglio stesso, il castello. Allora il prenominato traditore Ugolino di Guilia, mentre malato morto si trasportava via dal castello, fatto segno alle grida e all'ira del popolo, fu crudelmente ucciso in mezzo al campo; ed il castello fu completamente distrutto. L'anno stesso, ai 3 di Settembre, si rappacificarono tra loro la fazione di quei di Sesso che era fuori, e la fazione dei Roberti, che eran dentro. E a Reggio fu Podestà Bonacorso de' Bellincioni da Firenze, che fu tanto benefico ai poveri, quanto severo coi nobili. E i nobili ne lo cacciarono, perchè sosteneva i diritti del Comune, e faceva buona giustizia...... Lo stesso anno, i Guelfi Fiorentini ritornarono in Firenze, e ne espulsero i Ghibellini. Lo stesso anno, Re Carlo assediò Poggibonsi[5], e vi era stato dintorno a campo lungo tempo, quando l'ebbe per accordi; ed ivi morì sua moglie l'anno seguente. L'anno 1266, una grande moltitudine di Saraceni passando lo stretto venne in Ispagna, e si unirono a quelli che già vi erano, e, volendo riconquistare quella parte di Spagna che avevano perduta, fecero immensa strage di cristiani. Ma in fine, serratisi insieme i cristiani del paese, e aggiuntivisi molti crociati da diverse parti, riportarono, quantunque con gravi perdite, vittoria sui Saraceni.
a. 1267
L'anno del Signore 1267, indizione 10ª, Re Carlo in Toscana strinse di lungo assedio il castello di Poggibonsi, ove erasi chiuso un forte nucleo di nobili avversi alla Chiesa; finalmente venne con loro ad accordi e se ne andarono. Fu pure conchiusa pace e concordia tra i Cremonesi di dentro la città e i fuorusciti, per mediazione del Legato del Papa. E Uberto Pallavicino perdette la Signoria di Cremona e di altre città, nelle quali aveva signoreggiato, e se ne tornò a' suoi castelli di Ghisaleggio e Landasio nella diocesi di Piacenza. E il Pallavicino stesso restava meravigliato che un prete solo, e colle sole blandizie delle sue parole, l'avesse potuto espellere da' suoi dominii; e perciò era solito dire:
Cum verbis blandis et factis saepe nefandis