Amentem prudens fallere saepe solet.

Con opra rea, ma con parole molli,

L'accorto spesso sa gabbare i folli.

E se lo meritò bene il Pallavicino di perdere la Signoria di Cremona, perchè temendo di perderla se i devoti che si flagellavano fossero andati a Cremona, fece piantare le forche lungo il Po....... Così lo stesso anno uscì di Cremona, con quei di parte sua, Bosio di Dovara e fu assediato nella Rocchetta[6]. Questi due iniqui Signori spadroneggiarono molti anni in Cremona. Questo stesso anno, verso la festa del beato Francesco, Corradino figlio di Corrado, che era figlio di Federico Imperatore deposto, venne dall'Alemagna per andare in Puglia a ricuperare contro Re Carlo la Terra degli avi suoi; e molti Toscani e Lombardi si associarono a lui, e per via non incontrò alcun ostacolo sino al giorno della battaglia. Perciò l'esercito dei Cremonesi di dentro la città, per timore di Corradino e dei Veronesi, sciolse l'assedio della Rocchetta. Questo Corradino era giovine di lettere, e parlava benissimo latino: e lo stesso anno, in ottobre, andò a Verona con numerosissima milizia tedesca. Così l'anno stesso, in Luglio, di notte, furtivamente, Giacomino da Palù ascese ed entrò sul sasso di Bismantova, ove fu ucciso Turco da Bismantova. Dai Reggiani e Parmigiani fu pure quell'anno, in Agosto, cinta d'assedio Crovara, ed i Reggiani vi avevano tre trabucchi, i Parmigiani uno. E Crovara[7] si arrese a patti, e Bismantova pure fece la sua dedizione, e diede ostaggi al Comune di Reggio, per sigurtà che non gli avrebbero per lo innanzi recata offesa. Così pure in Dicembre, ai nove, fu riconquistato il castello di Reggiolo, occupato dai Cremonesi, che l'avevano avuto da quei di Sesso, che lo possedevano per ragion di conquista; e fu dalle mani dei Cremonesi riscattato a prezzo di tremila lire reggiane, oltre le spese per ambasciate, militi e fanti, che andarono a servizio dei Cremonesi.

a. 1268

L'anno 1268, indizione 11ª, i Parmigiani cinsero di assedio Borgo S. Donnino coll'aiuto de' Modenesi, Cremonesi, Piacentini e Reggiani; e se ne ritirarono dopo esservi stati lungo tempo attorno, e aver distrutto nel contado alberi, biade, vigne e case. E allora i Parmigiani si rappaciarono con que' loro concittadini che soggiornavano in Borgo S. Donnino. Quell'anno infermò Papa Clemente IV, il giorno di S. Cecilia, e otto giorni dopo, cioè la vigilia di S. Andrea, morì. L'anno stesso, Corradino passò presso la Rocchetta e vicino a Brescia; poi tornò alla Rocchetta di Bosio, passò l'Adda e pel Ticino si recò a Pavia, ove si fermò molti giorni; poscia si portò a Pisa, traversando le Terre del Marchese del Carretto, e per mare. Il suo esercito arrivò più tardo a Pisa passando per il territorio dei Fieschi. E lo stesso anno si accostò a Roma marciando attraverso la Toscana, a malgrado dei Guelfi del paese, e raccolse uomini su quel di Lucca. Così nello stesso millesimo, la vigilia del beato Bartolomeo, s'azzuffò l'esercito di Corradino coll'esercito di Re Carlo, il quale ne trionfò; e dalla parte di Corradino molti cadendo furon morti. Vi fu grande strage, e molti si diedero a fuga, e molti altri Baroni e cavalieri rimasero prigioni. Lo stesso Corradino col Duca d'Austria e moltissimi altri fu fatto prigioniero e condotto nelle carceri di Palestrina. Ed Enrico fratello del Re di Castiglia, che era allora Senatore di Roma, fu parimente preso in questa battaglia con Galvagno Lanza. Il quale, insieme a molti altri Pugliesi traditori, fu ucciso con due suoi figli presso Roma. E l'anno stesso Modenesi e Reggiani presero Brandola[8].... E, il dì di S. Luca Evangelista, la moglie di Re Carlo venne a Reggio con numerosissimo seguito di fanti, di cavalieri e balestrieri. E, non un mese dopo, arrivò a Reggio il Conte di Fiandra in compagnia di sua moglie, che era figlia di Re Carlo, con una moltitudine di gente, che tutti andavano in Puglia dopo la sconfitta di Corradino e de' suoi, nella quale battaglia rimase prigioniero Corrado di Antiochia, nipote dell'Imperatore, che era evaso dalla prigione del Re per opera di Giacomo di Napoleone e compagni, che erano nell'accampamento dei Saraceni. E quella sconfitta avvenne nei campi Palentini, presso il fiume[9] della Marca, vicino ad Albi[10]. E lo stesso anno, dopo tre mesi, fece a Corradino medesimo, al duca d'Austria nel regno di Puglia, e al Conte Gerardo da Pisa..... fece loro presso Napoli mozzar la testa. Morì anche quell'anno, ai 28 Novembre, Papa Clemente IV, nativo della Provenza. Questo Papa Clemente, che ebbe moglie e figli, prima fu avvocato di grande rinomanza e consigliere del Re di Francia: dipoi, morta la moglie, per merito di vita buona e di rara scienza, fu fatto Vescovo di Puy[11], poscia Arcivescovo di Narbonne; in seguito, Vescovo e Cardinale della Sabina; finalmente, mandato da Papa Urbano IV in Inghilterra, come Legato per la riformazione della pace, fu, in sua assenza, dai Cardinali eletto Papa, a Perugia, e si diede tanto alle veglie, ai digiuni, alle preghiere e ad altre buone opere, che si crede che Iddio pe' meriti di lui abbia liberato la Chiesa dai gravi disordini, che a quei tempi l'affliggevano. Egli, quando Corradino nipote dell'Imperatore Federico, s'accingeva a battere Re Carlo, a cui il Papa aveva dato il Regno di Sicilia, mentre molti disperavano delle sorti di Carlo, sia perchè l'esercito di Corradino era grosso, sia perchè la Sicilia s'era ribellata a Carlo stesso, predisse in un pubblico sermone...... che Corradino come fumo si dissiperebbe, e Carlo entrerebbe in Puglia siccome inconscia vittima. E l'evento gli fece ragione; poichè Corradino, dopo presa la fuga, fu fatto prigioniero, e n'ebbe tronco il capo; e il suo nome, in pochi giorni, svanì come fumo. Questo Papa canonizzò anche a Viterbo, nella chiesa dei frati Predicatori, una Edwige duchessa di Polonia, vedova di ammirabile santità, la quale, tra gli altri suoi miracoli, essendosi differita di molti anni la sua canonizzazione......... La qual cosa saputasi da un ebreo, si fece subito battezzare con tutta la sua famiglia. Lo stesso anno, ai 5 di Dicembre, Manfredo dei Roberti, eletto Vescovo di Verona chiuse i suoi giorni; e, nello stesso mese, morì Pietro da Vico, Prefetto di Roma. E lo stesso anno 1268, il Soldano di Babilonia, devastata l'Armenia, occupò Antiochia, una delle più cospicue città del mondo, e, presi ed uccisi uomini e donne, la ridusse una solitudine, e....... per la maggior parte li uccise; e questo avvenne ai 16 di Maggio, vigilia dell'Ascensione. Così pure nel millesimo sussegnato, cioè 1268, Corradino, nipote del fu Imperatore Federico, sprezzando la scomunica del Papa, levando le armi contro Carlo, fatto dalla Chiesa Re di Sicilia, aggiunti ai Tedeschi, che aveva, molti Lombardi e Toscani, arrivò a Roma, dove, accolto solennemente, alla imperiale, si associò il Senatore di Roma Enrico, fratello del Re di Castiglia e molti Romani, e s'avviò contro Carlo in Puglia; ma dopo un'aspra battaglia campale, Corradino, co' suoi che voltavan le spalle, fu fatto prigioniero, e da Carlo con due nobili decapitato.

a. 1269

L'anno 1269, indizione 12ª, a mezzo Aprile, cadde una abbondantissima neve, che durò, in pianura, due giorni e due notti: e cominciò a nevicare a mezzanotte tra Sabato e Domenica, nè cessò che sino a verso sera. La notte successiva si ebbe forte brina, l'altra ancora, brina fortissima, che distrusse tutte le vigne. E in quell'anno fu dai Reggiani distrutto il castello di Pizegolo[12], come anche Toano[13] fu distrutto e raso al suolo. Questo fu un anno di venti furiosissimi; e, nel mese di Luglio i Cremonesi andarono a campeggiare attorno alla Rocchetta di Bosio da Dovaria, che venne a soggezione del Comune di Cremona; e, a norma de' patti sanciti tra le parti belligeranti, la Rocchetta fu smantellata. Così pure Lucera de' Saraceni in Puglia si arrese a Re Carlo. E nello stesso anno, in Settembre, duecento fanti montanari con cavalleria e fanteria della diocesi di Modena, si recarono, per l'interesse del Comune, nel Frignano contro Guidino Montecucoli, fratello di Bonacorso, per riedificare un castello in servizio dei Serafinelli della stessa Terra del Frignano[14]; e ne restaron morti e prigionieri di fanti e di cavalieri. E allora accorse il Conte Maginardo con numeroso corpo di militi di Bologna e della diocesi in aiuto del suddetto Guidino; e si combattè una accanita battaglia, e furono presi, impiccati e morti quasi tutti quelli della diocesi di Reggio, e vi morì con un suo segretario, Guido di Mandra, che era, pel Comune, Capitano di quelli della diocesi di Reggio. Lo stesso anno, la rocca di Bardi[15], nel mese di Novembre, si arrese al Comune di Piacenza; e i Parmigiani distrussero sino alle fondamenta la muraglia di cinta di Borgo S. Donnino, spianarono le fossa del castello, e mandarono comandando ai Borghigiani di abbandonare il castello, e fabbricando case, si facessero un borgo lungo la strada verso Parma. Quell'anno stesso il Marchese Uberto Pallavicini, guercio, vecchio e invecchiato nel mal fare, morì in montagna nell'amarezza dell'anima e nel dolore, senza confessione e senza penitenza, e senza dare alcuna soddisfazione alla Chiesa. E i frati Minori furono là, volendo tentare di convertirlo a Dio, almeno in punto di morte...... A cui disse frate Gerardino di S. Giovanni in Persiceto, lettore di teologia nel convento dei frati Minori di Parma: Il Savio ne' Proverbii 6º dice: Corri, affrettati, risveglia il tuo amico: Ed io adempiei a questo precetto della Scrittura, o Signore, recandomi da voi per la salute dell'anima vostra, ch'io voglio conquistare al cielo........ E il Pallavicino, rispose: Non ho rimorso in coscienza di tener nulla che sia d'altri. A cui frate Gerardino replicò; Chi nasconde le sue colpe non sarà indirizzato; chi se ne confesserà e le abbandonerà, riceverà misericordia. Ma frate Gerardino riconoscendo che s'affannava invano, disse: Ho fatto quel che toccava a me ecc. e l'abbandonò alla pertinacia di lui....... Penso che frate Gerardino fosse mandato al Pallavicino o dai Parmigiani, o da qualche Legato per richiamarlo alla legge della Chiesa. Perocchè quando Papa Clemente passò da Piacenza, come privato, per andar a ricevere l'investitura del papato, disse ad alcune persone: A nome mio, dopo ch'io sia partito di quì, dite a quel Signore che tiene la Signoria di Cremona, che se vuol essere amico di Dio e della Chiesa e lasciar vivere la gente in pace, io porrò opera acciocchè il Papa gli faccia buona e festosa accoglienza, e gli usi misericordia........ I Parmigiani però del Pallavicino se ne sono vendicati ancor vivo, smantellandogli le castella, e devastando le Terre che aveva occupato....... Signoreggiò vent'anni in Cremona; che se altrettanti avesse servito a Dio, n'avrebbe avuto in mercede il regno eterno. Iddio gli perdoni i molti danni, che ha fatto ai Parmigiani, ai Cremonesi, ai Piacentini e a molte altre città Lombarde; ma neppur esso se la passò impunemente........... Nello stesso anno, si tenne un Capitolo generale in Assisi, essendo tutt'ora Ministro Generale frate Bonaventura; nè vi era Papa, perchè i Cardinali non avevano ancora potuto accordarsi. In questo tempo i Bolognesi si recarono a Primaro, e vi eressero un castello contro i Veneziani. (Primaro è una località su quel di Ravenna, dove il Po che rade Argenta, entra in mare). E corsero i Veneziani contro i Bolognesi con grosso esercito, con navi, baliste, màngani e trabucchi e con ogni maniera d'argomenti da guerra; e fecero alto alla sponda opposta del Po, e tentarono un vigoroso attacco al castello de' Bolognesi, e vi fu grosso combattimento. I Veneziani battevano la torre de' Bolognesi con màngani e trabucchi; ma i Bolognesi difesero virilmente il loro castello, sicchè i Veneti abbandonarono l'impresa. Ed i Bolognesi stettero quivi a oste, credo, due o tre anni, e ne morirono trecento, o cinquecento, per la malaria del mare, e per la moltitudine delle zanzare, delle pulci, delle mosche e dei tafani. E frate Pellegrino del Polesine Bolognese, dell'Ordine de' frati Minori, andò e compose in accordo Veneti e Bolognesi. I Bolognesi distrussero il castello che avevano fatto, e quindi partirono, donando molto legname del castello sfatto ai frati Minori di Ravenna. E siccome io abitava allora a Ravenna, mi pare che la distruzione di quel castello da parte dei Bolognesi, e la loro partenza da Primaro accadessero quando Corradino fu sbaragliato da Carlo, cioè nel 1268. (Ed innumerevoli stormi di quegli uccelli, che nelle vigne devastano le uve, e che dal volgo si chiamano tordi, passarono nell'autunno di quell'anno, sicchè ogni sera dopo cena sino al crepuscolo della notte, e per molti giorni, appena si poteva liberamente vedere il cielo. Ed erano talora due, tre strati l'uno sopra l'altro, e coprivano l'estensione di tre o quattro miglia. E, poco dopo, altri stormi d'uccelli dello stesso genere sopravvenivano volando, stormeggiando, e gracidando in suono che parea di lamento. E questo ripetevasi per molti giorni, verso sera, discendendo dai monti alle valli, e tutto il cielo ingombravano. Ed io con altri frati ogni sera usciva a vedere, a osservare, a empirmi di meraviglia, e volendo stare all'aperto, all'aperto non si era, perchè quegli uccelli velavano tutto il cielo. E dico cosa vera, da me veduta; nè l'avrei creduta a chi me l'avesse contata). La cagione poi, per cui i Bolognesi andarono a Primaro e fabbricarono ivi un castello è questa. I Veneziani sono uomini avari, tenaci e superstiziosi, e vorrebbero assoggettare a sè tutto il mondo, se fosse possibile; e trattano ruvidamente i mercanti che vanno ai loro mercati, e vendono caro, e fan pagare molti pedaggi in più luoghi del loro territorio, per una stessa persona e per un sol viaggio. E se qualche mercante porta colà le sue merci a vendere, non può riportarnele, anzi è costretto a vendere, voglia non voglia; e se una nave carica, che non sia delle loro, per qualche avaria si ricoveri nei loro porti, non può uscirne, se prima non ha venduto le merci a loro; e dicono che fu per volere di Dio che quella nave riparò in un loro porto; al che nulla si può contraddire. Nel tempo in cui Roglerio di Bagnacavallo dominava a Ravenna, sopravvennero i Veneziani, e costruirono un castello allo sbocco delle valli, e sulla riva del Po pel naviglio che va da Ravenna al Po dalla parte di S. Alberto, e promisero ai Ravennati, che i Veneti avrebbero tenuto il castello per cinquant'anni e che annualmente, per tale concessione, avrebbero pagato alla cittadinanza di Ravenna, cioè al Comune, cinquecento lire della moneta Ravennate; e pagavano puntualmente, come io ho veduto. Ma i Veneziani in questo affare vi ebbero cinque furberie, o malizie. La prima fu che mentre questa concessione doveva durare, come s'è detto, cinquanta anni e non più, ora si maneggiano a perpetuarla; nè solamente lo dicono, ma lo mostrano a fatti; perchè mentre prima avevano edificato il castello di legname, ora lo fanno di muraglia. La seconda è che da questa stazione intercettano la via alle navi Lombarde, che non possono trar nulla nè dalle Romagne, nè dalla Marca d'Ancona; da' quali paesi potrebbero esportare frumento, vino, olio, pesce, carne, sale, fichi, uova, formaggi, frutta, ed ogni sorta di vettovaglie, se i Veneziani non l'impedissero. Terza, perchè girano per ogni verso facendo incetta in queste due provincie d'ogni sorta di vettovaglie, e, perchè prima di loro non ne facciano raccolta, prevengono i Bolognesi, ai quali per la molta popolazione e per la fame degli abitanti delle città e delle campagne, urge necessità di avere abbondanza di tali provvigioni. Per la qual cosa, nessuna meraviglia se i Bolognesi si sono levati ad alzare un castello contro i Veneziani, a cagione dei quali dovrebbero accendersi di sdegno ed insorgere anche tutti i Lombardi, e condurre un esercito e far guerra ai Veneziani per i danni che loro apportano. Quarta, perchè nel porto di Santa Maria di Ravenna hanno sempre all'àncora una galea armata, affinchè di lì nessuno possa uscire con vittovaglie, chiudendo ogni sbocco ai Ravennati, ai Bolognesi, ai Lombardi. Il che non era punto nei patti della concessione. Quinto, perchè tengono sempre in Ravenna, a spese del Comune, un console, che chiamano Vicedomino, coll'ufficio di sorvegliare con sollecitudine, con somma diligenza e oculatezza, che i Ravennati non tramino alcun che in danno dei Veneziani, nè ordiscano nulla contro l'attuale stato di cose; il che pure non era fra' patti. E i Veneziani denominarono quel castello Marcamò, volendo dire il mare chiamò, stante che dal castello si ode il suono delle onde quando il mare è agitato, e si sollevano i cavalloni. Domandai al Conte Roglerio di Bagnacavallo se l'avesse fatto fare egli quel castello; e mi rispose: Fratello, io non l'ho fatto fare, se non nel senso che l'ho lasciato costruire, essendochè quando si fece, io aveva tanta autorità in Ravenna da poter impedire che si facesse. Ma per tre motivi lasciai fare: 1º perchè io aveva per moglie una veneziana; 2º perchè in quel tempo i miei nemici erano fuori di Ravenna; 3º perchè me ne veniva vantaggio, pagando i Veneziani ai Ravennati cinquecento lire annue. D'altronde noi non ne risentiamo danno di sorta, perchè Ravenna ha tanta abbondanza di vettovaglie, che sarebbe stoltezza volerne di più. Di fatto una larga scodella piena colma di sale a Ravenna costa un piccolo denaro; all'osteria si pagano altrettanto dodici ova cotte e condite; quando è la stagione delle anitre selvatiche, se voglio, posso comprarne una grassissima per quattro piccoli denari; e talvolta ho visto che, se taluno s'incaricava di pelarne dieci, gliene davano cinque di mercede. La stessa soperchiarìa usano i Mantovani a Governolo[16]. (Una volta era della Contessa Matilde, come era anche la città di Mantova): perchè quivi non si accetta pedaggio dalle navi, che passano pel Po, ma le costringono a navigare per dieci miglia sino a Mantova. E dopo che ivi hanno fatto vedere le merci, scaricandole e ricaricandole e pagando il pedaggio, li fanno (sic) ritornare al Po per lo stesso canale naviglio, sendochè altra via non avrebbero aperta, se non ritornando a Governolo. Per la qual cosa sdegnati i Cremonesi fecero quella Tagliata, di cui più sopra a suo luogo abbiamo parlato, discorrendo cioè dell'anno in cui fu fatta, la quale molto giovò ai Mantovani, e danneggiò i Reggiani, avendo loro distrutto campi, vigne e ville. Questa Tagliata sino a Primaro[17] impaludò larga zona di terreni, distrusse e sommerse molte ville, e dove prima si aveva abbondanza di frumento e di vino, ora si ha copia di pesci di diverse specie.

a. 1270

L'anno 1270, indizione 13.ª, nel mese d'Aprile, Domenica delle olive, arrivò a Reggio l'Imperatore di Costantinopoli che era in viaggio per oltremare; e, il giorno stesso, nel convento dei frati Minori, creò cavaliere Giacomino di Roteglia[18], che poi pel 1.º di Maggio bandì una gran corte, per trovarsi alla quale tutti i cavalieri e quasi tutti i giovani gentiluomini di Reggio vestirono a nuovo, e poi fecero doni dei loro vestiarii. Lo stesso anno, ai 27 di Giugno, Giovedì, mancò ai vivi Bonifazio da Foiano, Arciprete della Chiesa maggiore di Reggio, uomo di lettere e fratello germano di Guglielmo Vescovo di Reggio, ed era stato anche Arciprete di Campigliola. Morì a S. Salvatore ove dimorava, e fu sepolto nella Chiesa maggiore. L'anno stesso, in Agosto, furono smantellati i fortilizi, le castella e le case degli aderenti al partito di quei di Sesso della diocesi di Reggio, e, nel mese di Settembre, furono mandati a confino essi e ventiquattro loro amici, appartenenti anch'eglino alla diocesi di Reggio, con ingiunzione di stare al di là di Bologna, di Tortona e di Verona. Così, in Settembre fu anche morto Arverio, fratello di Bonacorso da Palù, con due figli ed altre persone, da Giacomino da Palù; il quale Giacomino da Palù, a più riprese, fece strage di molti del suo casato; cioè uccise il padre di suo genero, Alberto Caro, ed il genero, che aveva nome Zanone, e il figlio della propria figlia, bambino ancor lattante, battendolo contro terra, e Arverio, che era suo fratello consanguineo, e un altro ancora del suo casato. Così, nel millesimo sussegnato 1270, non vi era nè Papa, nè Imperatore; e il Re di Francia Lodovico il cristianissimo, non rattenuto dal pensiero delle fatiche e delle spese, che altra volta aveva fatto oltre mare, di nuovo imprese il viaggio con due figli, il Re di Navarra, e moltissimi Baroni e Prelati della Chiesa per liberare Terra Santa. Ma per redimere più agevolmente Terra Santa deliberarono di assoggettare prima alla potestà dei cristiani il Regno di Tunisi, che, trovandosi a mezza via, impediva di non poco il viaggio a quelli che passavano per andar oltre mare. Ma dopo che con un pronto e forte colpo di mano ebbero occupato il porto e Cartagine, che è presso Tunisi, nell'esercito de' Cristiani cominciò a infuriare la malattia, che quell'anno infieriva lungo le coste di quel mare; e mietè, prima, la vita d'un figlio del Re, poi quella del Legato del Papa, Cardinale Albanese, in seguito quella del Re stesso cristianissimo, Lodovico, e di molti Conti e Baroni e semplici soldati. Come poi abbia chiusi i suoi giorni il Re prenominato.... Nella sua malattia non cessando mai di lodare Iddio, talvolta alle lodi intercalava questa preghiera: Fammi, o Signore, tener in non cale la prospera sorte del mondo, e non paventare l'avversa. Pregava anche per il popolo che aveva tratto seco, dicendo: Santifica e custodisci, o Signore; il tuo popolo. E in sul punto di esalare l'ultimo respiro, alzò gli occhi al cielo e disse: Entrerò in casa tua, adorerò nel santo tempio tuo, e confesserò il tuo nome, o Signore. Pronunziate queste parole, s'addormentò nel Signore. E in mezzo al turbamento d'animo dell'esercito dei cristiani, e alla festa che ne facevano i Saraceni, ecco che con numerose squadre di milizia arrivò Carlo Re di Sicilia, a sollecitare il quale, vivo ancora il Re di Francia, era venuto suo fratello; il cui arrivo molta esultanza suscitò negli animi dei cristiani, e molta trepidazione nei Saraceni. E quantunque, a quanto appariva, fossero di numero superiori ai cristiani, pure mancava loro l'ardimento di provocarli a generale battaglia; ma con loro arti recavano ai cristiani molte molestie; delle quali questa fu una. Quella regione è molto sabbiosa, e, in tempo di siccità, sommamente polverosa; laonde i Saraceni appostarono molte migliaia d'uomini sopra un monte vicino ai cristiani, e quando soffiava il vento nella direzione dei cristiani, smovevano la sabbia, e se ne sollevavano nubi e nembi d'un polverìo, che era molestissimo ai cristiani. Ma finalmente, per pioggia caduta, cessò la polvere, e i cristiani, appostate le macchine e tutti gli argomenti guerreschi, s'apparecchiavano ad oppugnare Tunisi da mare e da terra; il che incutendo timore ai Saraceni, vennero a patti coi cristiani. Tra i quali patti è fama che i principali fossero i seguenti: che tutti i cristiani prigionieri in quel Regno si lasciassero in libertà; che nei monasteri fabbricati nelle città di quel Regno ad onore del nome di Cristo, si potesse liberamente predicare il Vangelo dai frati Minori e Predicatori, od altri che fossero; che liberamente si potesse battezzare chi il desiderasse; che, pagate le spese della crociata al Re, la Tunisia fosse tributaria al Re di Sicilia. E molti altri patti furono convenuti, che quì sarebbe troppo lungo annoverare. E mentre per l'arrivo di Odoardo Re d'Inghilterra, in compagnia di una moltitudine di Frisoni ed altri pellegrini, era cresciuto di tanto il numero dei combattenti cristiani, che si giudicava arrivassero a 200000, e si sperava che bastassero non solo a redimere Terra Santa, ma anche a soggiogare tutti i Saraceni, sì numeroso esercito, per le peccata de' cristiani, si disperse senza aver apportato alcun notevole vantaggio. Perocchè il Legato, che avrebbe dovuto dirigerli, fu rapito da morte; Terra Santa, a cui doveano avviarsi, mancava del governatore dei pellegrini; il Patriarca, che fu delegato per Terra Santa, era morto; la Sede Apostolica che a tutti doveva sopravvedere e provvedere, era vacante; e il Re di Navarra, che era partito malato dall'Africa, giunto in Sicilia, soccombette alla sua malattia.