Se teco vien necessità di morte?
Nel millesimo sopraddetto, cioè nel 1285, gli eredi di Ghiberto da Gente figli e nepoti, furono dai Parmigiani totalmente espulsi dalla villa di Campeggine. E causa di questa loro espulsione fu non solo un vecchio odio contro il padre loro, cioè contro Ghiberto da Gente, ma un odio recente contro i figli. Perocchè dell'odio paterno si può dire quel che si legge in Ezechiele 18º. Delle colpe di Ghiberto da Gente, per le quali i Parmigiani lo presero a odiare, ne fu detto più sopra abbastanza largamente, ma se ne tacquero alcune, che ora si debbono trarre in luce. Essendochè quand'egli teneva la signoria di Parma, avendo Papa Innocenzo IV, che allora aveva residenza a Napoli, mandato invitando Bertolino Tavernieri di andare da lui, perchè aveva Elena di lui nipote per moglie, e perchè lo voleva fare Podestà di Napoli; e Bertolino avendone chiesta licenza a Ghiberto da Gente, e questi avendogliela concessa, gliela ritolse dopochè con enorme spesa aveva già fatti gli apprestamenti pel viaggio; e oltracciò lo confinò a Noceto, dove aveva i suoi possedimenti, e vi passò molti giorni e molte notti con animo sempre agitato e in timore e in aspettazione di insidie da parte de' suoi nemici; e massimamente del Pallavicini, che lo odiava, e teneva allora la Signorìa di Cremona. E quando di notte udiva romori, e ne udiva di frequente, usciva ai campi col suo destriero, e tutta notte, in veglia, stava aspettando all'aperto, come pronto a fuggire. Vedendo poi Bertolino che Ghiberto da Gente non gli perdonava, nè lo riammetteva in Parma, come gli aveva promesso, ruppe il confino, e andò a Papa Innocenzo IV, che lo aveva invitato; e lo fece Podestà di Napoli, e durante la Podesteria di lui, il pontefice morì, e fu sepolto in Duomo. Ed Alessandro IV fu eletto Papa per arti del Podestà Bertolino, il quale rattenne i Cardinali dall'uscire dalla città fino a che non avessero eletto il Papa. E Papa Alessandro non fu ingrato al ricevuto beneficio, anzi provvide del suo tesoro a Bertolino finchè visse; e l'anima sua per la misericordia di Dio riposi in pace, perchè fu uomo cortese, valoroso, potente, ed intimo mio amico. Ma Ghiberto da Gente fece devastare le possessioni di lui e diroccarne i palazzi, perchè era uscito di confino, ed era andato al Papa, che lo aveva invitato. La qual cosa da parte di Ghiberto fu non solo una bestialità, ma anche una pazzia, perchè quando il superiore comanda, e l'inferiore contraddice, questi non ha diritto di essere obbedito.... Di Bertolino non rimasero discendenti, nè di Giacomo suo fratello, che morì dopo lui, e lasciò le sue ricchezze ai Templarii; e così il casato di Bertolino Tavernieri di Parma, che ai tempi di Federico Imperatore era stato un nobilissimo barone, si è spento completamente, e a lui si attaglia a capello quel detto: Tesoreggia e non sa perchè.... Quando Ghiberto da Gente dominava in Parma, il Pallavicino dominava in Cremona. E quando talora parlava in famigliarità col Pallavicino, questi gli diceva: Ah! Dio, e non avrò io mai la signoria di Parma? e, in così dire, gettava violentemente contro terra la spada, a dimostrare che per questa cosa montava in ira. Ma Ghiberto da Gente non gli voleva cedere la Signoria di Parma, anzi voleva tenersela stretta, perchè ne traeva non solo onore, ma anche un grosso emolumento. Tuttavia volle usar grazia al Pallavicino di lasciarlo entrare in Parma con 500 armati, coi quali, quasi pavoneggiandosene, cavalcò più volte per città, ma i Parmigiani tenevano gli archi tesi, quasi volessero lanciar saette contro alcuno, e così spaventarli a ciò si partissero da Parma. E Ghiberto da Gente godeva che se ne partissero, perchè temeva, se fossero rimasti a lungo in città, che gliene rapissero la Signoria. Un dì avvenne che dovendo passare il Pallavicino co' suoi armati per la via di Cò di Ponte, dove abitano i Marchesi Lupi, uno di questi comandò al suo servo che sotto il portico, che correva lungo la strada, gli lavasse i piedi in una conca, volendo dimostrare al pubblico che si curava tanto del Pallavicino, quanto della coda di una capra. Abitavano una volta tanto i Marchesi Lupi che i Pallavicini in una villa, che si chiama Soragna, nella diocesi di Parma, a cinque miglia a settentrione di Borgo S. Donnino; e questa vicinanza d'abitazione dava origine a molte gare vivacissime. Il Pallavicino pertanto non potè avere mai, siccome desiderava, la Signoria di Parma, e Ghiberto da Gente che aveala, col tempo la perdette. Ghiberto da Gente adunque, oltre le preaccennate colpe, aveva anche queste, onde fu fortemente in odio ai Parmigiani.... Meglio operò Guido da Polenta, che abitava a Ravenna, il quale si prese buona vendetta, ma non volle sorpassare la misura. Di fatto quand'egli era ancor fanciullo, e l'Imperatore teneva in carcere, come ostaggio, il padre di lui, Guido Malabocca, fratello del Conte Ruggero di Bagnacavallo, s'adoperò perchè l'Imperatore gli mozzasse, o facesse mozzare, il capo; ed egli, fatto adulto, rese la pariglia a Guido Malabocca. Ma andando poi, dopo alcun tempo a Bagnacavallo con molti armati, ed incontrando lungo la via, in compagnia di pochi, il Conte Ruggero, e consigliandolo i suoi compagni di viaggio di sbarazzarsi compiutamente anche del Conte Ruggiero stesso, per togliersi d'intorno ogni timore, egli rispose: Abbiam fatto abbastanza; ci basti quanto abbiamo fatto; di male se ne può sempre fare; ma fatto che sia, non si può più rimediare. E così lo lasciò andare libero... Del nuovo odio poi degli eredi di Ghiberto da Gente si può dir questo. È da sapere che ebbe un figlio di nome Pino. Costui colle sue male opere provocò in mille maniere i Parmigiani contro gli eredi di suo padre. Anzitutto invase contro i Parmigiani Guastalla e la prese e volle tenerla occupata; poi prese moglie e la fece poscia uccidere; d'onde per divina sentenza molti guai piovvero sul suo capo. Costei voleva sposarla il padre di lui, quando esiliato dai Parmigiani dimorava in Ancona; ma Pinotto solleticato dalla cupidigia delle ricchezze, o dall'avvenenza di quella donna, precorrendo al padre, gliela surrepì, e se la tolse per se. Essa aveva nome Beatrice, era una Pugliese che abitava in Ancona, aveva tesori, era bellissima, vivace, sollazzevole, liberale, cortese e molto esperta nel gioco degli scacchi e dei dadi. Abitava con Pino suo marito a Bibbianello (che una volta era castello della Contessa Matilde) e di frequente veniva con altre donne al convento dei frati Minori di Monfalcone per fare una gita, e per conversare coi frati. Ed io allora appunto ivi abitava; e mi disse parlando meco confidenzialmente, che la volevano uccidere, e indovinai chi poteva essere che tramava insidie alla sua vita; e gliene espressi le mie vivissime doglianze, e le suggerii di confessarsi, e di vivere sempre in grazia di Dio, per essere ad ogni momento preparata alla morte.... In quel tempo Pino partì da Bibbianello molto sdegnato contro Guido suo consanguineo, come ho veduto io coi miei occhi; condusse seco la moglie sua a Correggio, che è una villa della diocesi di Reggio, ove da un suo scudiero di nome Martinello, la fece soffocare con un piumaccio, e fu sepolta nella stessa villa; e di lei rimasero tre ragazze che sono una bellezza. E, siccome è scritto che Dio non permette che resti invendicato... e perciò sono da dire alcune cose intorno alle sventure che colpirono il marito di lei. Prima di tutto, venne in odio non solo ai Parmigiani, ma anche ai consanguinei ed ai nepoti; in secondo luogo, fu preso dagli assassini di Sassuolo, i quali per riscatto gli tolsero i cavalli e duecento lire imperiali; terzo, avendo voluto svaligiare, per una sua vendetta, un tale che viaggiava per la strada pubblica di Parma, i Parmigiani mandarono alla villa di Campeggine, ove aveva le sue possessioni, e fecero arare tutti i suoi seminati, e le già nate seminagioni, e coprirle di terra, e distruggere 14, o 20 sue case che aveva in Campeggine stesso; quarto, dopo la morte della prima moglie, cui fece uccidere, prese una cert'altra donna, che per molti impedimenti da ambe le parti, sua moglie non poteva essere (questa aveva nome Beatrice, come la prima, leggiadrissima, figlia di Bonacorso da Palli; e la sposò vedova del primo marito Atto da Sesso); quinto ed ultimo, imprigionò di nuovo alcuni uomini, cui una volta teneva tra ceppi in carcere, e li aveva prosciolti; nè volle che per danaro si riscattassero, quantunque non gli avessero mai fatta offesa, e non avessero verso lui obbligo alcuno non soddisfatto. Essendo stato dai Parmigiani cacciato in bando, e non desistendo dal mal oprare, diede ragione ai Parmigiani di espellere dalla villa di Campeggine non meno lui che tutti gli eredi di Ghiberto da Gente. Questo Pinotto fu chiamato anche Giacomino, e fu uomo bello e magnanimo, audace, franco, e a uso dei Parmigiani, superbo. Egli aveva due sorelle, una, moglie a Gherardo figlio di Bernardo di Rolando Bossi, di nome Aica; l'altra, di nome Mabilia, che era di natura altiera e disdegnosa, moglie a Guido di Correggio; e, quando cominciò a malare dell'ultima malattia, di cui morì, d'improvviso perdette la parola; e di lei rimasero diverse figlie e due figli. Lombardino poi, fratello di costoro, ebbe moglie un'avvenentissima Pavese, di nome Aldessona, da cui gli nacquero figli e figlie; e Lombardino fu il primogenito di Ghiberto da Gente, che a grande onore lo fece creare cavalliere quando aveva ancora la signoria di Parma. Chiunque poteva, in quel tempo, lo regalava a larga mano, e chi regalava credeva d'aver ricevuto grazia singolare, se Ghiberto non sdegnava di accettare. Altrettanto fu di Giacomo Tavernieri quando fu fatto cavalliere, al tempo in cui suo padre Bertolo era in fiore a Parma alla testa del partito imperiale. Nel millesimo sussegnato vi fu anche estesa malattia e morìa di gatti, i quali colti dal morbo diventavano come lebbrosi e scabbiosi, e poi morivano. Così pure nello stesso millesimo, nel mese di Novembre[93], il giorno di San Calisto, verso oriente, sull'albeggiare, apparvero due stelle come congiunte, e così ogni notte si mostrarono per molti giorni, sinchè verso il dì d'Ognissanti cominciarono a disgiungersi ed allontanarsi l'una dall'altra. E allora si stava appunto trattando per la pacificazione de' Modenesi, la quale era cosa molto intricata, perchè il progetto che si presentava non gradiva ai Modenesi della città; e i Modenesi che erano in Sassuolo ne erano soddisfattissimi, riconoscendo che i giudici di quel arbitrato erano loro favorevoli. Gli arbitri poi erano Guido da Correggio e Matteo suo fratello germano. Nello stesso millesimo Papa Onorio IV, prima del Natale, creò un Cardinale, che era di sua famiglia, per supplire alla vacanza lasciata dal Cardinale Vescovo di Frascati, morto in quell'anno. Questo novello Cardinale era stato Arcivescovo di Monreale in Sicilia. Così in quell'anno Gherardino da Enzola fu condannato dai Parmigiani a pagare mille lire parmensi, e le pagò puntualmente; e la cagione della condanna fu questa. Suo padre Giacomo da Enzola fu Podestà di Modena, ed ivi malatosi, morto e sepolto nella chiesa maggiore, fu ad onore dipinto sulla tomba a cavallo, da cavalliere. E siccome fu a tempo della sua podesteria che avvennero que' misfatti e quegli omicidii, che furono il principio della successiva discordia e guerra in Modena, quella cioè che s'accese tra le diverse fazioni Modenesi, e non ne era stata presa vendetta e giustizia... i Modenesi provocati, sdegnati, turbati, e accesi d'ira, considerando i guai che loro ne erano derivati, cavarono gli occhi al ritratto del Podestà, e cacarono sulla tomba di lui; in seguito poi mandarono a Parma due ambasciatori, uomini del popolo, uno de' quali nel Consiglio degli anziani di Parma pronunciò molti oltraggi ed ingiurie contro Giacomo da Enzola, padre dell'or defunto Gherardino. Provocato adunque Gherardino da Enzola dal linguaggio di quell'ambasciatore, fece quel che dice la scrittura, Ecclesiaste I.: Sino a tempo opportuno porterà pazienza. Di fatto, quando quell'ambasciatore, che aveva profferite parole d'oltraggio contro suo padre, fu in viaggio per ritornare a Modena, Gherardino lo seguì con alcuni giovani audaci sulla strada, e, in quel della diocesi di Seggio, lo ferì gravemente e tanto sconciamente che ne restò sformato, non però ucciso; e quindi i Parmigiani lo condannarono ad una multa di mille lire parmensi. Ho detto tutte queste cose per dimostrare che i Parmigiani operarono saviamente a far giustizia, e aveva operato male chi non l'aveva fatta in Modena. E noto che questo Giacomo da Enzola prese moglie una vedova di Padova, detta Marchesina, trovatagli da Matteo da Correggio, quand'era Podestà di Padova. Da questa donna Giacomo ebbe in dote una somma ingente, cui diede a mutuo, e co' frutti ne comprò campi, vigne ed estese possessioni nella villa di Poviglio[94], e diventò ricco e grande assai. In Parma poi comprò la mia casa, che era presso il battistero[95], e gli fu quasi regalata, cioè la ebbe per vilissimo prezzo, secondo la stima che ne faceva mio padre, e che veramente era da farsene. Giacomo fu dappoi fatto cavalliere sulla porta del battistero che guarda verso la piazza, e andò a Modena ad assumere la Podesteria, a cui era stato eletto dai Modenesi; e prima di finire la sua Reggenza, finì la vita, e morì d'una malattia di gola, che i Greci chiamano apoplessia. Si confessò da frate Giacomino da Porto di Modena, e con lui aggiustò le cose dell'anima. Lasciò ai frati Minori di Parma dieci lire imperiali, e altrettante ai frati Minori di Modena per l'anima sua e per il mal tolto, e l'anima sua per la misericodia di Dio risposi in pace.... Di lui rimase una figlia di nome Aica, che ebbe per primo marito Gherardino degli Arcili; di cui rimasta vedova, sposò Ezzelino figlio del fu Aimerico da Palù; da cui le nacquero figli e figlie. Il fratello poi della prenominata Aica, e figlio di Giacomo da Enzola ha nome Gherardino; giovane largo, liberale, cortese, e che vive onorificamente. L'avolo di Giacomo si chiamava Guidolino da Enzola, uomo di mezzana statura, ricco, grande e molto di chiesa, ed io l'ho veduto le mille volte. Egli si divise dagli altri da Enzola, che abitavano nella strada di S. Cristina, e venne ad abitare presso il duomo, ove ogni dì assisteva ad una messa e a tutto l'ufficio diurno e notturno nelle ore in cui si recitava. E quando non era occupato nell'assistenza dell'ufficio divino, sedeva co' suoi vicini sotto un portico publico presso il palazzo del Vescovo, e parlava con loro di Dio, oppure stava ascoltando chi ne parlava. Non tollerava che alcun ragazzo lanciasse sassi contro il battistero, o contro il duomo, e portasse guasto alle sculture e alle pitture. E quando lo vedeva, se ne irritava, gli correva dietro, e raggiuntolo, lo batteva a colpi di correggiuolo, come se ne fosse ivi destinato a guardia, mentre lo faceva soltanto per zelo e amore di Dio, quasi ripetesse quel detto profetico.... E il sunnominato, oltre al giardino, la torre e il palazzo ove abitava, aveva anche molte altre case, un forno ed una cantina; e una volta la settimana, sulla pubblica via, presso casa sua, come ho veduto io più volte co' miei occhi, faceva una limosina generale a tutti i poveri della città, che si presentavano, consistente in pane, fave cotte e vino. Egli fu molto amico e uno dei principali benefattori dell'Ordine de' frati Minori. Ebbe da sua moglie (che era sorella di Gherardo da Correggio, detto anche dai Denti, padre di Matteo e di Guido) due figli, cui, come ho veduto io co' miei occhi, giunti all'età virile, fece cavallieri egli stesso; e l'uno aveva nome Matteo, e l'altro Ugo, e tuttadue furono miei speciali amici. Questi due fratelli, allorchè Parma si ribellò all'Imperatore furono dall'Imperatore presi e tenuti in carcere; e, in seguito, furono sepolti nel convento de' frati Minori di Parma. Da Matteo poi, che ebbe moglie Richeldina, sorella di Bernardino Cornazzani, nacquero tre figli, cioè Bernardo da Enzola, che fu cavalliere e valoroso personaggio, e Podestà di Perugia quando colà aveva residenza Papa Clemente IV. (Questi fu mio amico e me lo dimostrò a fatti, perchè quando io fui a Perugia, ed egli vi era Podestà, mandò subito cercandomi, e mi affidò una missione alla Corte del Papa. Egli mori troppo presto, come gli altri suoi fratelli, ma lasciò figli). Secondogenito di Matteo, figlio di Guidolino da Enzola, fu Giacomo, Podestà di Modena, di cui s'è parlato abbastanza più su. Il terzogenito fu Guido, che ebbe moglie una figlia di Albertino dei Turcli di Ferrara, d'onde gli nacquero più figli, uno de' quali si chiama Turclo, bandito dai Parmigiani come uomo pestifero e maledetto; sendochè a molti altri misfatti, di cui era macchiato, aggiunse anche quello d'aver ucciso crudelissimamente di lancia, mentre sedeva a mensa e secolui pranzava, l'Abbate del monastero di Brescello senza che questi alcuna colpa avesse.... Da Ugo poi, figlio di Guidolino da Enzola, ammogliato con Luchesia del Monastero, cioè di San Marco, discesero due figli, di cui uno di nome Guglielmo, e l'altro Matteo, e due figlie, una che diventò moglie di Giacomino dei Panzeri di Reggio, che non ebbe figli; l'altra si maritò con Bonacorso di Montiglio[96], dalla quale ebbe molti figli. Dopo queste cose, irritata Luchesia contro i figli, prese per marito Ghirardino figlio di Lanfranco da Pisa di Modena, la quale poi gli morì senza aver avuto da essa alcuna prole. Così Guidolino da Enzola, avolo di tutti i sunnominati, ebbe una figlia, Richeldina, donna lasciva e mondana, presa per moglie da Giacomino di Beneceto[97], dalla quale gli nacquero due figli, Arpo e Pietro. Giacomino degli Arpi fu bel cavalliere e ricchissimo di possessioni, case e tesori; ma consumò e dissipò tutto in banchetti, istrioni e cortigianerie, sicchè i figli suoi, come a me lo contava piangendo Arpo uno di loro, non avevano di che mangiare se non andavano accattandone dagli altri. Così Arpo di Beneceto, fratello germano del predetto Giacomino, entrò nell'Ordine de' frati Minori con Bernardo Bafoli, quasi subito dopo che a Parma si cominciarono a conoscere i detti frati. Ma Bernardo Bafoli era un cavalliere ricchissimo, famoso e di gran reputazione in Parma, magnanimo, prode guerriero e dotto nell'arte militare. Questi sul principio del suo noviziato nell'Ordine dimostrò un vivissimo fervore nell'adempiere coll'opera il detto apostolico che sta scritto nella 13ª agli Ebrei: Usciamo dunque con Gesù fuori della porta portando il suo vitupero. Di fatto, all'insaputa de' frati fece montare su d'un cavallo un suo uomo, e da un altro si fece legare alla coda del cavallo stesso, e comandò che lo sferzassero camminando per la pubblica via della città, e a tutta gola gridassero: Dalli al ladro, dalli al ladro. Ed essendo arrivati al portico di S. Pietro, dove i militi, secondo l'uso, stanno a sedere in ora di riposo e si divertono, credendo essi che fosse veramente un ladro, cui bastonassero per i di lui misfatti, cominciarono anch'essi a gridare: Dalli al ladro, dalli al ladro. Allora Bernardo, sollevata la faccia, disse loro: In verità, avete detto bene dalli al ladro, perchè sino ad ora son vissuto come un ladrone contro Dio altissimo, e contro l'anima mia; e perciò sono ben degno di essere sferzato. E, ciò detto, comandò a' suoi uomini di continuare il cammino e le sferzate sino a fuori di porta. Ma quelli che stavano a sedere sotto il portico quando ebbero conosciuto che era Bernardo Bafoli, se ne dolsero, e tocchi nel cuore dissero: Oggi abbiam veduto miracolo; benedetto Dio che umilia e che esalta, e fa misericordia a cui egli vuole, ed indura chi egli vuole ai Romani 9º. (Questa fu alla lettera un'ispirazione, un cambiamento operato dalla destra di Dio, perchè molti animati ed eccitati da questo esempio abbandonarono il secolo. Allora Bernardo Vizio, associato ad alcuni altri, fondò la religione de' frati di Martorano. Fu allora che si istituì in Parma una religione nuova, cioè di quelli che si chiamavano i militi di Gesù Cristo, nella quale non si ammettevano tranne quelli che prima fossero stati militari; e que' frati si assomigliavano a quegli altri, che ora dai contadini si chiamano Gaudenti, salvo che quelli si chiamavano militi di Gesù Cristo, questi militi di santa Maria. Quelli erano soltanto in Parma, questi si sono già moltiplicati in molte città; ma siccome di queste istituzioni ho già parlato più sopra, non occorre più parlarne. Parimente in quel tempo (cioè quando Bernardo Bafoli si fece sferzare per la pubblica via in Parma) vi erano due fratelli germani, che si fecero frati Minori, de' quali uno aveva nome frate Illuminato, l'altro frate Berardo. Questi due fratelli, che avevano fatto gli usurai, restituirono le usure ed il mal tolto, e per amore di Dio fornirono di vestiario duecento poveri, ed elargirono ai frati Minori duecento lire imperiali, perchè si fabbricassero il convento[98], che allora si stava già costruendo di nuovo nel prato del Comune, ove si teneva in antico la fiera, e dove in quaresima i Parmigiani si esercitavano nell'armi cogli scudi. Anche frate Illuminato mosso da amore di Dio, ad esempio di frate, Bernardo Bafoli, si fece sferzare per le strade della città). Di Bernardo Bafoli poi è da sapere che ebbe una figlia di nome Bernardina, saggia, prudente, santa e devota a Dio, che è Badessa del monastero dell'Ordine di santa Chiara in Parma. Così pure è da sapere che Egidio Bafoli, padre del prenominato Bernardo, quando Costantinopoli fu presa dai latini, gagliardamente ne abbattè una porta con uno di quegli spadoni fatti a quest'uso, come io ho saputo da frate Gherardo Rangone, che era presente e vide. E allora riconobbero i Greci che s'era adempita quella profezia, che stava sculta sulla porta stessa. Perocchè molte profezie ivi si trovano scolpite, sia sulle porte, sia sulle colonne delle porte, le quali non si intendono che quando si sono avverate. Bernardo Bafoli poi, quand'era frate Minore, e nel tempo in cui i Parmigiani erano andati coll'Imperatore a campeggiare contro i Milanesi, accorse un giorno ad un incendio sviluppatosi nel borgo di santa Cristina, e stando colla scure in mano sul comignolo di una casa incendiata, divideva e gettava a destra e a sinistra i legnami per isolare l'incendio. E questo fece a vista di tutti, e tutti lo commendavano dell'opera sua accorta e vigorosa, e giustamente di generazione in generazione ne riceverà onore sempiterno, poichè questa sua buona azione sarà ricordata per molti anni avvenire. Poscia andò alla Terra Santa, ove terminò lodatamente i suoi giorni nell'Ordine del beato Francesco, che è l'Ordine dei frati Minori; e l'anima sua per la misericordia di Dio riposi in pace, chè bene cominciò e bene terminò. Queste cose dette di sopra ho voluto notare, perchè attinenti a persone che per la più parte vidi e conobbi, ed, in breve tempo, di questa vita passarono all'altra....... Se altre più cose avvenissero nel millesimo sussegnato cioè nel 1285, degne di memoria, non ricordo; di queste ho parlato con fedeltà e con verità, perchè le ho vedute co' miei occhi. Basta di quest'anno; or passiamo al successivo.
a. 1286
L'anno del Signore 1286, indizione 14ª avvenne quanto segue. Quest'anno fece un inverno straordinario, e fallirono tutti i proverbi degli antichi, meno uno che dice: Febbraio breve è il più greve (sottintendi: dei mesi dell'anno). Questo proverbio si verificò in quest'anno più che in ogni altro di vita mia; sendochè in questo Febbraio sette volte Iddio diede la neve a misura della lana, e come cenere dissipò la nebbia, e si ebbe freddo intensissimo e gelo......... E si formarono molti semi di ascessi tanto negli uomini che nelle galline, che col tempo si svilupparono. Di fatto in Cremona, Piacenza, Parma, Reggio e in molte altre città e diocesi d'Italia vi fu grande morìa d'uomini e di galline; ed in Cremona ad una sola donna in breve tempo ne morirono quarantotto. Ed un medico aperse il cadavere di quelle galline e trovò l'ascesso nel cuore, trovò cioè una certa vescichetta alla punta del cuore di ciascuna gallina; aperse anche il cadavere d'un uomo, e sul cuore trovò una simile vescichetta. In quei giorni nel mese di Maggio, maestro Giovannino fisico, che abitava a stipendio in Venezia, scrisse ai Reggiani suoi concittadini una lettera, colla quale li consigliava a non mangiare erbaggi, nè uova, nè carni di galline per tutto Maggio. D'onde avvenne che una gallina si vendeva a soli cinque piccoli denari. Tuttavia alcune donne sagaci davano da mangiare alle galline la marrobia pesta, o triturata e mista ad acqua e farro, o farina, e per benefico effetto di tale antidoto le galline si liberavano del morbo e si salvavano. Ritorniamo al principio dell'inverno che fu bello e dolce sino al giorno della Purificazione; nel qual giorno piovve a dirotto, e così non potè aver luogo il proverbio degli antichi, nè si potè ridire quello della Cantica 2º.... E a primavera le piante fiorirono benissimo, ma sopravenne una brina, che in molti luoghi distrusse in gran parte i fiori de' mandorli e d'altri frutti, e le gemme delle viti; e così andò perduta la speranza delle frutta. Tuttavia l'annata fu ricca di prodotti, e si raccolse molto frumento, vino, olio, e copia d'ogni cosa, e vi fu piena raccolta, tranne che Iddio pareva sdegnato cogli ortolani; poichè, per mancanza di pioggia sulla terra, ebbero scarsezza d'erbaggi; ma dell'asciutto s'allegravano molto i fabbricatori del sale, e dei mattoni, che servono alle opere murarie. E nota che non piovve nè in tutto Marzo, nè in Aprile, eccetto che il giorno di S. Giorgio cadde una pioggerellina simile a rugiada, che si ripetè poi in Maggio il giorno di S. Michele; poi Iddio si fece benigno, piovve e la terra portò i suoi frutti. Nell'anno sunnotato fu ucciso Guido da Bibbianello e Bonifacio suo fratello, sui primi d'Aprile, ai 5, cioè il Venerdì dopo la Domenica di Passione, (il qual giorno nel calendario si scrive: ultimo della luna di Pasqua) sul far della sera. Andava Guido da Reggio a Bibbianello con sua cognata Giovannina, moglie di suo fratello Bonifacio, che, solo, li seguiva a tre miglia di distanza, e questi tre senza alcuna compagnia, e inermi, non avevano seco che alcuni ronzinetti. E gli uccisori loro furono: Primo, Scarabello di Canossa, che gittò giù da cavallo Guido, e stesolo a terra, gli assestò un colpo di lancia, nè bisognò il secondo; il secondo a percuoterlo fu Azzolino fratello dell'Abbate di Canossa, figlio di Guido da Albareto[99], che gli mozzò il capo. Gli altri furono Ghibertino da Modolena[100], Guerzo di Cortogno[101], e parecchi altri a piedi e a cavallo, che gli vibrarono molti colpi aprendogli piaga sopra piaga. Giovannina la rimisero a cavallo, d'onde s'era precipitata per stendersi come scudo sopra Guido, colla fede e colla speranza che in grazia di lei lo risparmierebbero (stantechè era loro parente); e camminò tutto quel giorno vagando sola e gemendo nell'amarezza del suo cuore, e giunse a Bibbianello, che era una volta castello della contessa Matilde, e diffuse sinistre voci e piene di spavento. E, quanti le udirono, con alte grida piansero finchè vennero loro meno le lagrime. E le salme dei due fratelli giacquero tutta la notte in quella vasta solitudine. Ma alcuni dicono che Manfredino figlio di Guercio da Assaiuto, che dimora nella villa di Coviolo[102], avendo udite queste cose, mosso a pietà, andò con alcuni uomini e un carro, raccolse i cadaveri di quei due, li mise l'uno accanto all'altro, e li depose nella chiesa de' Templarii, che è a mezzo della via, che va a Bibbianello. All'indomani poi da Bibbianello andarono uomini e portarono le salme degli uccisi a seppellire colle vesti e l'armi loro nelle tombe della famiglia, al convento de' frati Minori di Monfalcone; ed era Sabbato, giorno in cui si cantava alla messa, in vece dell'epistola, quel di Geremia 18º che dice: Saranno le mogli loro senza prole e vedove ecc. E siccome Rolandino di Canossa era fratello consanguineo di Scarabello fu denunziato e accusato al Podestà; poichè Scarabello era stato altra volta bandito da Reggio, e quindi se fosse stato citato non sarebbe andato, nè sarebbe comparso. Il Podestà di Reggio adunque, Bonifacio Marchese Lupi di Parma, mandò per Rolandino, che si presentò a lui con una caterva d'armati. Ma il Podestà avendo riconosciuto, in quanto riguardava a questo fatto, la innocenza di lui, lo lasciò andare in pace senza punizione di sorta. Poscia fu denunziato ed accusato Guido da Albareto, che comparve, fu sostenuto in carcere dieci giorni e per una volta solo sottoposto a miti tormenti, e poi prosciolto. E mentre si sottoponeva a' tormenti Guido da Albareto, i Reggiani credettero che si sommovesse una guerra intestina per tre ragioni: 1º per cagione di quei due fratelli uccisi; 2º per cagione del grande personaggio che era sottoposto ai tormenti; 3º per cagione dei partiti che tra loro si rodevano in Reggio. (Due fazioni erano in Reggio; l'una che si chiamava Superiore, l'altra Inferiore. Ambedue si professavano, ed erano, partigiane della Chiesa; poichè il partito imperiale, già da molti anni espulso, andava errando pel mondo. Col tempo poi questa discordia de' Reggiani, sedò alquanto, e cominciarono le due parti a coabitare in città senza reciproco timore). Il Podestà quando si cominciò a sottoporre a tormenti Guido, lo pregò di sopportarli con pazienza per amor suo e per amore di Dio, specialmente perchè di mal in cuore lo faceva tormentare; ma gli era necessità il farlo, sia per ragione d'ufficio da parte sua, sia per ragione di colpa e di pena imposta a Guido. Il quale riconoscendo che il Podestà faceva questo per onore dell'uno e dell'altro, sostenne con pazienza quanto prima gli sarebbe parso acerbo e crudo, e dopo, riconosciutane la ragione, gli parve mite la pena. E disse al Podestà: Se questo calice non può passare da me senza che io beva, si faccia la tua volontà. Però vi fu chi disse che il sunnominato Guido, per denaro sborsato, non fosse sottoposto a' tormenti, giacchè al danaro tutto cede........ Perocchè Rolando Abbate di Canossa, che è figlio di lui, spillò cento lire imperiali a Guido di Correggio, e altrettante al Podestà di Reggio, in grazia de' quali schivò i tormenti. E quando corse voce che si doveva tormentare, il Podestà non permise che vi fosse persona presente, tranne egli e Guido da Correggio; e lo fece sedere sopra un pesatoio da farina per qualche tempo, e intanto parlava con lui famigliarmente delle cose che erano accadute. E smontato da tale aculeo, e in una camera messosi a letto, mandò a chiamare Giacomo da Palù, e gli narrò le sofferenze patite fra tormenti. Dopo, discese dal palazzo, andò a casa di Rolandino da Canossa, che stava vicino alla piazza, ed ivi passavasi il tempo sollazzevolmente mangiando e bevendo, e giocondamente vivendo. Ma quando discese dal palazzo del Comune si fece sorreggere da due uomini a destra e a sinistra, per far credere che era stato gravemente offeso dai tormenti del Podestà. Ma il Signore dice in Luca 12º: Nulla è così coperto che non si riveli..... È da sapere che Guido di Bibbianello fu uomo nobile, giacchè per linea paterna discendeva da quei di Canossa (laonde quelli che lo uccisero erano suoi parenti), per linea materna era di Parma, ed i figli di Ghiberto da Gente erano suoi germani consanguinei. Così ebbe per moglie Giovanna figlia di Guido di Monte (ed era nipote del fu Guglielmo Fogliani vescovo di Reggio); e Giovannino da Rodeglia[103] aveva per moglie una sorella germana di lui, laonde si dicevano, ed erano cognati, essendo mariti di due sorelle. Questo Guido da Bibbianello fu inoltre bell'uomo, letterato, di raro ingegno, forte memoria, fluente facondia, stringente eloquenza, vivace, giocondo, largo, liberale, molto socievole e sollazzevole, benevolo, e uno de' precipui benefattori de' frati Minori; sendochè i frati Minori avevano nel territorio appartenente a lui un convento, nel bosco che è a piedi di Monfalcone, ove come è detto più sopra, è stato sepolto con suo fratello nelle tombe de' suoi avi; e l'anima sua, se è possibile, per la misericordia di Dio riposi in pace, e così sia. In suo vivente mi si mostrò sempre amico, come anche di mio fratello frate Guido di Adamo, che morì anche esso nel convento di Monfalcone, e vi fu sepolto. Tuttavia Guido da Bibbianello da' suoi malevoli era giudicato maligno, e gli attribuivano molte azioni malvagie, che fosse cioè maldicente e detrattore dei servi di Dio..... E tale è l'abitudine degli uomini carnali, di denigrare la fama dei servi di Dio, e credono di trovare una scusa de' loro peccati col far credere d'aver compagni nel mal fare anche uomini santi. Così gli si attribuiva d'essere solito dire che se era destinato alla vita eterna, la avrebbe, per quanto peccasse, e se fosse destinato alle eterne pene avrebbe dovuto sobbarcarvisi, per quanto operasse dirittamente. E, a provarlo, adduceva quel passo della Scrittura di Luca 22º: Il figlio dell'uomo va dov'è prestabilito. E fu una stoltezza, perchè, quantunque io ed altri frati amici suoi gli dicessimo di guardarsene, tenea poco conto del nostro avviso, e non voleva udirne, e rispondeva: La Scrittura dice, Ecclesiastico 19º: Chi crede subito, è di cuor leggiero, e sarà considerato dappoco. A cui, essendo egli dotto della Bibbia, io soggiungeva: È scritto ne' Proverbii che il Savio dice 28º: Beato l'uomo, che è sempre in timore ecc. Ma, come ho già detto, non voleva ascoltarne; anzi scoteva il capo, quasi a disprezzo di ciò che gli si diceva. Al già detto aggiunsi: È scritto ne' Proverbii 22º: La via dello stolto è diritta al suo parere. Insistendo io pertanto in questi concetti, e dicendo: Io ti ho espresso il mio pensiero, rispose: Le parole sono molte, ma molte sono quelle che nelle dispute sono vuote...... che è nella provincia della Siria; secondo, perchè non gli fu data soddisfazione nella Corte del Papa nè riguardo alle sue petizioni, nè riguardo al suo compagno della Provenza; terzo, perchè quand'era in viaggio per andare al ministro Generale, che era a Parigi, prima di arrivarvi, per voci che ne correvano e per annunzi ricevutine, seppe della morte del Generale; quindi ritornò alla Corte, e non sappiamo che cosa abbia fatto. Avevano inoltre a quel tempo i Cardinali un tal Papa, che era podagroso, di poca dottrina, un vero romano, avaro e meschino, Giacomo Savelli, e si chiamava Onorio IV. Egli non solo non fu promotore di Religioni nuove, ma si studiò in ogni maniera di ridurre al nulla le già iniziate e prosperanti, poichè per denaro avuto da alcuni prelati di chiese, s'era fitto nell'animo il pensiero e il proposito di fare ingiuria e oltraggio ad Ordini illustri, come all'ordine de' frati Minori e de' Predicatori..... Ma Iddio lo tolse di mezzo, e prevenuto dalla morte non ebbe tempo di effettuare quanto covava in petto..... Avrebbe apportato grave impedimento alla salute delle anime questo Papa Onorio, se avesse potuto condurre ad effetto quello che andava maturando nella sua mente. Riguardo ai Tartari vedi più sopra. E se alcuno ricerchi perchè le cose che riguardano i Tartari io non le abbia aggruppate insieme, rispondo d'aver fatto così perchè accadevano successivamente, ed io successivamente le registrava ogni qual volta mi venivano riferite..... Nel millesimo soprannotato, nella diocesi di Bologna avvenne che un giovane ricco, che aveva ancora superstiti il padre e la madre, avendo preso moglie, la prima sera del matrimonio, prima ancora d'aver tocca la moglie, diede ospitalità a tre ribaldi, di quelli che dicono di essere apostoli e non sono, i quali persuasero a quel giovane di non accoppiarsi colla moglie..... e questa astinenza insinuavano per far eglino prima del giovine marito...... Allora il giovane si riconobbe ingannato da que' ribaldi, li fece prendere e ne sporse querela al Podestà, che li fece impiccare...... Questa cosa adunque avendola saputa Obizzo Sanvitali, Vescovo di Parma, che lungo tempo li aveva favoriti per riguardo di Ghirardino Segalello, loro istitutore, li espulse da Parma e da tutta la sua diocesi, conoscendo che sono vili truffatori, ribaldi, gabbamondo e seduttori della peggior risma...... Quel Ghirardino Segalello, che fu loro istitutore, ora è ridotto a tanta demenza, che va vestito da istrione, e fattosi giullare e mimo va facendo pazzie pe' viali e per le piazze; poichè ha il cuore in vanità...... nè ha timore di Dio...... Di lui e de' suoi seguaci ho parlato più sopra diffusamente. Nel millesimo sussegnato morì in Reggio un certo Bresciano, che prima insegnava a leggere ai ragazzi il salterio, e simulava di esser povero, e andava mendicando, e talvolta suonando e cantando per avere più larga limosina. A costui il diavolo aveva messo in testa, che doveva sopravvenire una desolante carestia; e perciò biscottava i pezzi di pane, che accattava, e li riponeva in serbo, per provvedere in tempo un rimedio a quella fame, che, com'è detto, il diavolo gli aveva inchiodato in capo che dovesse arrivare. Ma come fu detto di quel ricco del Vangelo..... così accadde a questo infelice. Perocchè una sera malò più gravemente del solito, ed, essendo solo in casa, aveva chiusa con diligenza la porta con una sbarra, e quella notte fu strozzato dal diavolo, e malamente e disonestamente trattato. L'indomani non facendosi vedere, gli uomini del vicinato, le donne, i ragazzi in folla adunati atterrarono a forza la porta, e lo videro giacente morto in terra, e vi trovarono farina in sacchi già fetida dentro una cassa, e due altre casse di tozzi di pane biscottato; e si constatò che aveva in Reggio due case, in due diverse parrocchie, di cui andò in possesso il Comune di Reggio; e così si verificò quello che volgarmente si dice: Ciò che non riceve Cristo, lo piglia il fisco. Perciò i ragazzi lo spogliarono nudo questo infelicissimo, e gli legarono i piedi con vincigli attorcigliati, e così nudo lo trascinarono per tutta la città, per le strade e per le piazze, scherno e ludibrio di tutti. E, quel che è singolare, si fu che non furono sobillati da nessuno a farlo, e che nessuno li rimproverò, come d'aver fatta una mala cosa. Ed essendo arrivati all'ospedale di Sant'Antonio stanchi di tedio e di fatica, vollero legare quello sconciato cadavere alla coda del carro di un bifolco, che per caso conduceva il carro co' buoi per quella via; ma il contadino facendo opposizione, ecco che subito i ragazzi gli si scagliarono addosso, e lo percossero gravemente. E allora il bifolco lasciò fare ai ragazzi quella ribalderia. Uscirono pertanto di città per la porta di S. Stefano, e lo gettarono giù dal ponte nella ghiaia del Crostolo, fiume o torrente che sia; e scendendo giù nell'alveo attorno al cadavere, gli gettarono addosso una gran caterva di pietre, sclamando ad alte grida: Scendano con te nell'inferno la tua fame e la tua avarizia insieme colla tua miseria, e vi stiano in eterno e più oltre. E nota che i ragazzi sono generosi ed i vecchi tenaci. Perciò anche Marziale Coco disse:
Miramur juvenes largos, vetulosque tenaces;
Illis cum multum, his breve restet iter.
È un fatto in vero sovra ogni altro strano
Che scialacqui il garzon lunge da morte,
E ammassi poi con appetito insano
Chi già del cimiter bussa alle porte.