Ratio præteriti scire futura facit

Quello che fu, quel che verrà ne insegna.

È provato ciò che diciamo. Ho visto a' miei giorni che i Parmigiani, che erano in Borgo S. Donnino, di parte imperiale, pregarono i loro concittadini, che erano in Parma, di ammetterli al bacio della pace; e si fece. Ma rientrati in città volevano trattare alla pari con quelli, che parteggiavano per la Chiesa; e perciò, moltiplicatesi le discordie dall'una e dall'altra parte, di nuovo furono espulsi.... Altrettanto accadde ai Bolognesi, Modenesi, Reggiani; altrettanto ai Cremonesi. Quando quelli, che tenevano in Cremona le parti dell'Impero, ebbero accolto festevolmente ed onorificamente i loro concittadini fuorusciti, questi dopo un mese, con frode maligna, resero loro male per bene, onde il partito della Chiesa espulse e cacciò in fuga l'altro partito..... Dunque l'Imperatore Federico seminò in Italia queste fazioni, queste divisioni, queste maledizioni, che durano ancora; nè si possono spegnere gli odii, nè cancellarsi per la pravità degli uomini e la malizia del diavolo..... Ma Federico è passato di questa vita, e sebbene avesse in sè qualche seme di buono, ebbe anche assai di pravo e di perverso, come si palesa dal fatto seguente. Essendo stato un tempo scomunicato da Papa Gregorio IX, ed essendo arrivato ad una terra nella quale si trovava il Patriarca di Aquileia (era bell'uomo e zio di Santa Elisabetta Langravia), Bertoldo, persona ch'io ho veduta e conosciuta, mandò a dire al Patriarca che andasse a messa coll'Imperatore. Ma il Patriarca, che sapeva già di questo sin prima di vedere il messo dell'Imperatore, per dar colore al diniego, aveva fatto chiamare il barbiere, poi fece imbandire la mensa, si assise e cominciò a pranzare; e mandò a dire all'Imperatore che non poteva andare a messa, perchè era languido, ed era a tavola per rifocillarsi. Il quale di nuovo gli mandò dicendo che, messo da banda ogni pretesto, si recasse a lui. Ed egli, volendo togliersi d'attorno quella vessazione, umilmente accondiscese, e andato, assistette alla messa con lui. Quindi si legge che l'Imperatore Costantino dicesse: «Chi tenta perpetrare ciò che è male, si studia di cattivarsi i buoni.» Quindi Giovanni e Paolo dissero di Giuliano apostata: «Dopo che Giuliano è stato ributtato dal cospetto di Dio, tenta di trarre anche gli altri a morte.» Ciò avvenne nella Marca Trivigiana a Vicenza, il giorno di Pentecoste. Altre pravità del fu Imperatore Federico più sopra ho notate. Anche in altra cronaca più breve ne ho parlato, ma non di tutte, che erano moltissime. Tuttavia si sappia che non fu tanto crudele, quanto Ezzelino da Romano, che signoreggiò a lungo la Marca Trivigiana; si sappia anche che fu a volte uomo sollazzevole, ma ebbe molti detrattori, e insidiatori, che ne cercavano la vita, e volevano ucciderlo, specialmente in Puglia, in Sicilia e in tutto il Regno. Inoltre in quell'anno 1285 i Modenesi fuorusciti cinsero d'assedio il castello di Magreda[88] nella diocesi di Modena, che essendo debole e mal munito, e difeso da pochi uomini, fu preso agevolmente. Allora Neri di Leccaterra, di cui ho parlato più su nel catalogo dei Modenesi, entrato nella chiesa della beata Vergine, che era nel castello, vi pose fuoco per incendiarla, dicendo: Ora pensaci tu, o Santa Maria, a difenderti, se il puoi. Ma, appena profferite queste parole, a malizia ed ingiuria, tosto una lancia da altri vibrata trapassò la corazza di lui, gli si infisse nel cuore, e cadde subito morto. E siccome è accertato che non l'avevano vibrata i suoi, si crede che sia stato colpito da Mercurio; sia perchè questi fu solito farsi ultore delle ingiurie recate alla beata Vergine; sia perchè uccise con una lancia anche Giuliano Apostata nella guerra coi Persiani. E quel Neri era assai lodato vibratore di lancia, e di lancia avea ucciso molti..... Nello stesso anno la Corte romana, cioè Papa Onorio IV co' suoi Cardinali, tenne la sua residenza a Tivoli; ove infierì una peste micidiale tanto che, di soli foresi, ne morirono 2000. Ed i frati Minori spesso avevano nella loro chiesa quattro funerali al giorno; e vi fu un vecchietto transalpino, eletto Vescovo, venuto per la sua consacrazione, che morì egli e venticinque della sua famiglia. Udii dire questo dal Ministro della Touraine, ossia di S. Martino, che vi era..... E nota, come anche altrove mi ricorda d'aver detto, che questa è la regola generale e provata che, ogni volta che vi è morìa di bovini, nell'anno susseguente capita morìa d'uomini. Così anche dopo una fame avviene similmente che sussegue morìa d'uomini. Nello stesso anno frate Vitale, Ministro di Bologna, morì in Settembre presso Bologna, ed era stato Ministro 15 o 16 anni, e fu uomo di poco valore, in quanto riguarda gli atti esterni. Dopo la cui morte congregatisi i frati nel convento di Bologna, cioè i Guardiani, i Custodi, i Lettori ed alcuni Discreti, a cui era devoluta la elezione, nel mese di Ottobre nominarono Ministro frate Bartolomeo da Bologna, che era stato conventato maestro a Parigi. E mandarono frate Filippo Boschetti di Modena a Parigi al Ministro Generale, frate Arlotto, per la conferma del Provinciale eletto. E così fece. Parimente in questo stesso anno morì in Ispagna a Girona[89] Filippo Re di Francia, ove era andato con un grosso esercito contro Pietro Re d'Aragona. (Ne morirono molti anche dell'esercito del Re, non colpiti dal nemico, ma dal volere di Dio, al cui cenno ogni cosa nasce e muore. Questi era figlio di S. Lodovico). La salma di Re Filippo fu trasportata e sepolta a Parigi; e gli successe Filippo figlio suo. E nota, che ora i Re di Francia si chiamano tutti o col nome di Lodovico, o col nome di Filippo. Nota eziandio, che in poco tempo il partito della Chiesa fu colpito di gravissimi danni ed infortunii durissimi; primo, perchè in battaglia navale restò prigioniero il figlio di Carlo in mano delle genti di Pietro d'Aragona, ed è tenuto in carcere in Sicilia; secondo, perchè Re Carlo morì poco dopo la cattura di suo figlio; terzo, perchè Papa Martino IV nello stesso anno passò fra il numero dei più; quarto, perchè lo stesso avvenne del Re di Francia. E tutto questo accadde in quasi un sol anno, cioè nel 1285; nel quale anno stesso Papa Onorio IV mandò ordinando di riscuotere le decime di tre anni di tutte le Chiese, e che si pagassero e dessero al figlio di Re Carlo per liberare la Sicilia dalla Signoria, dalla podestà e dalla schiavitù di Pietro d'Aragona, che la occupava contro il beneplacito della Chiesa. Quest'anno cadde anche la torre del castello di Bibbianello. È Bibbianello un castello della fu Contessa Matilde, nella diocesi di Reggio, sulle colline, ove s'innalzano quattro castelli vicini gli uni agli altri; e l'uno dista dall'altro quanto è la gittata d'una balista. E il primo si chiama Montevecchio; il secondo Bibbianello, in cui abita Guido di Canossa con Bonifazio suo fratello; il terzo si chiama Monte-Luncilo, nel quale non è che la chiesa di S. Leonardo; il quarto si chiama Mongiovanni, ove abita un sacerdote vecchio, vecchissimo, carico d'anni che ha nome Gherardo e fa molto di bene; nessun altro vi è tranne le persone di suo servigio, ed è addetto alla Chiesa di S. Nicolò. E nota che questi quattro castelli in antico furono comodamente abitati da cavallieri e donne, e vi ebbero torri e palazzi, che ora sono diroccati, e i resti dei caseggiati e le fondamenta sono lasciati in abbandono. Ci pensino i padroni! I quali si sono assottigliati di famiglia, e sono bersagliati da tribolazioni e da dolori. Lo stesso anno, verso il giorno di S.ª Lucia, morì di improvviso, senza precedente malattia, nel suo letto, Barnaba, che si soprannomava della Regina, oriondo di Reggio. Egli fu mio molto amico, ed era il divertimento de' chierici, canonici, prelati, cavallieri, baroni, e di tutti quelli che cercavano di divertirsi in sentirlo parlare, essendo che parlava benissimo francese, toscano, lombardo e molte altre lingue, e sapeva contraffare i fanciulli quando parlano coi fanciulli, le donne quando in famigliare discorso cinguettano de' fatti loro con altre donne loro comari; e così era destro a contraffare i predicatori antichi, imitando quelli che predicavano al tempo dell'allelluia, allorchè si arrogavano di far miracoli, come a que' giorni ho visto io co' miei occhi. Eglino furono frate Giovanni da Vicenza dell'Ordine de' Predicatori, che faceva miracoli a Parma; frate Giacomino da Parma che li faceva a Reggio, e perciò si diceva da Reggio, ed era dell'Ordine de' Predicatori; frate Ghirardo di Modena, dell'Ordine de' Minori, che girava quà e là per l'Italia e predicava benissimo in Milano; e molti altri, ch'io vidi e conobbi, la cui memoria sia con Dio, e così sia. Così nello stesso anno morì maestro Rolando da Parma, il cui padre era chiamato maestro Taverna, bell'uomo e cortese, e bravissimo sartore, che faceva gli abiti dei nobili. Questo maestro Rolando andò a Parigi assai povero, ove studiò per molti anni molte scienze e diventò un illustre chierico e letterato, e si fece denaroso, ricco e rinomatissimo. Quando poi Papa Nicolò III creò una serie di Cardinali, fra cui c'era anche Gerardo Albo di Gainago (che è una villa della diocesi di Parma) assunse questo maestro Rolando al vescovado di Spoleto. Papa Martino IV poi lo tolse da Spoleto e lo mandò in Francia a raccogliere nota de' Miracoli di S. Lodovico Re di Francia di buona memoria, che voleva canonizzarlo e ascriverlo all'albo dei Santi. Al quale ufficio soddisfece ottimamente; e quando, reduce dalla Francia lo vidi a Reggio, mi disse che portava al Papa la storia di settantaquattro miracoli, che Dio, per amore del Re suo servo ed amico, aveva operati sopra diversi malati, miracoli tutti provati per mezzo di attendibili testimoni, e diligentemente registrati da notai, e con tutte le più legali forme autenticati. E quando Papa Martino vide queste cose ne fu lietissimo; poichè egli stesso, prima di essere Pontefice romano, era stato collettore dei miracoli del Re di Francia, ma dopo che fu Papa, sostituì a se stesso maestro Rolando. Perciò il Papa lo retribuì del lavoro fatto, dandogli un Vescovado più cospicuo in Francia, del quale, prevenuto dalla morte, non ricevette l'investitura; e morì anche il Papa lo stesso anno, e non potè, come stava in cima a' suoi desiderii, canonizzare S. Lodovico Re di Francia di buona memoria. Forse questa canonizzazione è riserbata per altro Papa. Questo maestro Rolando Vescovo di Spoleto fece in Parma alcune opere per qualche riguardo degne di ricordo. Nella Chiesa di S. Sepolcro, dove stanno i frati di S.ª Fenicola, eresse a sue spese una bellissima cappella sorretta da colonne di marmo, rasente la strada, e la dotò convenientemente a celebrarvisi, come voleva, ne' tempi e ne' giorni permessi, una messa da morti per le anime di suo padre, di sua madre e de' suoi parenti, che ivi sono sepolti. Come pure vicino alla Chiesa maggiore, che è della Vergine gloriosa, e vicino all'ingresso di S. Giovanni Evangelista, ove abitano i monaci, comperò le casamenta del fu Gerardo da Correggio (padre di Guido e di Matteo) e fece alzare alte muraglie per fabbricarvi un palazzo; e di dietro a queste comperò le case de' Boveri, e vi fece fare muraglie e pometi, e appartamenti a diversi piani per abitarvi e riposare quando andasse a Parma. Così pregato dai frati Umiliati del Paullo[90], che abitano presso a Parma fuori porta S. Benedetto, volle comprare il convento e le terre, che essi ivi avevano, come egli ha contato a me, e dar loro mille lire imperiali, per passarvi la state, e per ritirarvisi quando fosse che gli piacesse; ma siccome volevano duecento lire imperiali più di quante egli ne voleva dare, si sciolsero le trattative del contratto, perchè chi munge con troppa veemenza ne trae il sangue, come è detto ne' Proverbii 10.º. Così presso Gainago comprò ampie possessioni cioè tutta la villa di Sinzanese[91] (che una volta fu di Tomaso di Ugo Armario, e poi di Antonino de' Buzzoli, da cui le comprò) e le diede a certi frati oltramontani, che sono dell'Ordine della Chartreuse, e si assomigliano ai frati Predicatori nell'abito nero, come ho veduto io co' miei occhi quando venuti a Parma per prendere possesso personalmente del tenimento loro donato, nel giorno dell'Assunzione della beata Vergine vennero a sentir messa alla Chiesa de' Frati Minori. E nota che Rolando Taverna, di cui abbiamo più sopra parlato, fu sempre duro e burbero, e non mai famigliare e umano verso i Religiosi di Parma, e nulla loro legò neppure in morte. E tutti i Parmigiani, chierici, laici, uomini, donne, nobili e popolani hanno comunemente questa qualità e questa maledizione nelle ossa, di essere poco devoti, e duri e crudi coi Religiosi e cogli altri servi di Dio, siano dei loro, siano forestieri. Il che sembra essere pessimo segno dell'ira di Dio sul loro capo.... Ed in Ezechiele 16.º... che sta bene e si può applicare ai Parmigiani per la durezza e nessuna loro misericordia verso i poveri servi di Dio... e perciò io frate Salimbene Parmigiano sono stato già quarantott'anni nell'Ordine de' frati Minori, ma non volli mai abitare in mezzo ai Parmigiani per la niuna loro devozione, che in apparenza e di fatto non hanno verso i servi di Dio. E non si curano di far loro alcun bene, quantunque lo potrebbero e saprebbero fare benissimo, se n'avessero voglia, perchè cogli istrioni, co' giullari e coi mimi largheggiano, e ai cavallieri, che si dicono della Corte, a l'ho visto io co' miei occhi, fecero talvolta di magnifici regali. Certo è che, se vi fosse in Francia una Città grande come è Parma in Lombardia, vi potrebbero abitare e vivere con decoro ben cento frati Minori con abbondanza di tutto quello che occorre. Però nel sussegnato millesimo Gerardo Albo, Cardinale della Corte romana, che è di Parma, fece una limosina ai frati Minori di Parma, regalando al convento venti lire imperiali, e altrettanto ai frati, che si recarono a lui come nunzii nella Corte, alla quale si trovava; i quali erano anch'essi Parmigiani, cioè frate Ghirardino Rangone e frate Francesco Torniglio; ciascuno de' quali ricevette dieci lire imperiali, e quindici ne mandò a Guglielmo Rangone di Parma, in grazia di frate Ghirardino, che era figlio di lui. Anzi il Cardinale mandò invitando Guglielmo Rangone ad andare e star seco in Corte; e accettò e in quella Corte si elevò a rara grandezza. Il suddetto Cardinale fece anche fabbricare a sue spese un bello e buono dormitorio per le donne della Religione Vecchia di Parma, perchè in quel monastero aveva una sua sorella. Parimente donò cento lire imperiali alla Chiesa matrice di Parma, che è della beata Vergine gloriosa, perchè vi si facesse una buona campana, e fu gettata buona, anzi ottima e sonora. Così ai frati Predicatori largì duecento lire imperiali perchè si fabbricassero la loro Chiesa; e la fabbricano ora che sono ritornati dalla loro schiavitù di Babilonia, già riconciliati coi Parmigiani, che li avevano costretti a fuggire per cagione del rosolamento di donna Alina; schiavitù di Babilonia che per loro ha durato molti anni. In questo stesso millesimo, la vigilia di San Martino Pietro d'Aragona morì di morte naturale, ed il guardiano de' frati Minori lo confessò, e fu sepolto a Villafranca[92] nel convento de' frati Minori. E furono inviati messi a Papa Onorio IV supplicandolo di frapporsi e mettere in concordia i figli di Pietro d'Aragona coi figli del Re di Francia, i quali si dice che siano consanguinei; e il duca d'Austria, che aveva moglie una sorella di Pietro d'Aragona vi si pose in mezzo paciere. Questo Pietro Re d'Aragona fu uomo magnanimo, forte guerriero, e dotto nell'arte militare, audace e assai intraprendente, come lo dimostra chiaro l'impresa del Regno di Sicilia, nella quale ardì por piede contro il volere e le armi di Re Carlo e Papa Martino. La sua arditezza appare chiaramente anche da altro fatto, che ora narrerò. Tra la Provenza e la Spagna s'erge un monte altissimo, che dagli abitanti di quella regione, si chiama monte Canigoso, e che in nostra lingua si chiamerebbe Caliginoso. Questo monte è la prima terra che appare ai naviganti che arrivano, ed è l'ultima a scomparire a quei che partono; e dopo questa non possono più vederne altra. Su questo monte non abitò mai uomo; nè figlio d'uomo osò mai salirvi su per la smisurata altezza e per la fatica e la difficoltà della salita: alle pendici però del monte vi sono abitanti. Or dunque essendosi proposto Pietro d'Aragona di salirvi sopra per vedere e toccar con mano che cosa vi fosse sulla vetta del monte, chiamati due cavalli eri suoi intimi amici, cui amava intrinsecamente, espose loro ciò che s'avea proposto di fare; i quali se ne rallegrarono, e promisero che non solo serberebbero il secreto, ma che inoltre non si dividerebbero mai da lui. Preso adunque vitto ed armi all'uopo, lasciati i cavalli alle falde del monte, dove erano abitanti, cominciarono a salire grado grado a piedi: e montati già molto in alto, cominciarono a udire terribili e paurosi tuoni, e guizzavano lampi e saette, e imperversava grandine e bufera. Di che spaventati caddero a terra come esanimi, non tanto per l'orrore del presente, quanto per il timore del futuro. Ma Pietro, che era più robusto di corpo e più forte di animo, e che voleva dare adempimento al desiderio del suo cuore, li confortava a non ismarrirsi di coraggio tra quelle tempeste e quei dolori, dicendo che alla fin fine anche quel travaglio frutterebbe loro onore e gloria; e dava loro mangiare, e mangiava con loro, e dopo la fatica concedeva riposo, e di nuovo li inanimava a salire da bravi con lui. E questo fu detto e fatto più volte. Finalmente que' due compagni di Pietro cominciarono a venir meno, sicchè, per la eccessiva stanchezza, e il cammino e lo spavento de' tuoni, appena potevano respirare. Allora Pietro li pregò di fermarsi e aspettarlo sino alla sera del giorno seguente, e se a quel tempo non fosse di ritorno a loro, scendessero pure, e andassero dove loro gradisse. Salì dunque Pietro solo con gran fatica, e giunto alla vetta, vi trovò un lago, nel quale gettando una pietruzza, ne saltò fuori un drago orribile e gigantesco, che cominciò a svolazzare per l'aria, e l'aria diventò tenebrosa e scura per l'alito che mandava. Dopo di che Pietro cominciò la discesa, e ai compagni riferì, espose e narrò quanto aveva veduto e fatto; e lungo la discesa comandò loro di ripetere, a chi loro piacesse, queste cose. Mi pare che questo fatto di Pietro d'Aragona si possa annoverare tra le meraviglie del genere di quelle d'Alessandro, il quale, per acquistarsi gloria, volle misurarsi in molte e tremende imprese. Di Re Carlo è da sapere che fu uomo magnanimo, prode dell'armi e dotto nell'arte militare, e che per acquistarsi fama si esponeva a molti pericoli, il che si fece palese in fatti all'evidenza provati. E prima di tutto, quando uccise Manfredi, Principe del Regno di Sicilia e figlio del fu Imperatore Federico. Poi quando uccise Corradino, che era figlio del suddetto fu Imperatore Federico; e parimente si acquistò fama in molti altri combattimenti. Egli avendo un giorno udito che un certo cavalliere della Campania, tra Roma e Terra di Lavoro, vinceva tutti in singolare certame, sì Francesi che Lombardi, comandò al Principe suo figlio di sfidarlo, e divolgare la fama che un nuovo cavalliere era pronto a misurarsi col cavalliere della Campania. Il che avendo udito il figlio suo, come meglio seppe e potè, tentò distorre il padre dal proposito, dicendo che quel cavalliere era fortissimo, robusto e destro nel combattimento, e poi perchè vi è sempre un eccelso al disopra dell'eccelso, ecc. Ecclesiaste 5. Il padre non volle piegarsi alla preghiera, nè dare ascolto al figlio, e fissò il giorno al duello. E nel dì prefisso trovandosi tutti e due pronti al posto e all'armi, dopo il terzo suonar della tromba, cominciarono a corrersi incontro ed urtarsi, e l'un forte contro l'altro forte tanto fortemente cozzò, che tutti ne ebbero meraviglia, nè caddero di cavallo, e nemmeno si scossero sulla sella del loro destriero; e l'uno calò al volto dell'altro tale fendente, che le spade, dell'uno che colpiva e dell'altro che parava, si fransero dalla punta all'elsa. Volle poi Re Carlo misurarsi colla clava, e a sua scelta ne sostenne il primo colpo. Ma il cavalliere della Campania fu sopra lui come nibbio sopra un uccelletto, e come sparviero sopra un'anitrella, e tenendo la clava a due mani, calò si fiero un colpo sul capo di lui, che se avesse colto in pieno, senza dubbio ne sarebbe caduto esanime. Ma il colpo scivolò dal capo all'omero e lungo il busto, e battè in pieno sulla sella tanto potentemente, che il cavallo piegò le ginocchia, e Carlo ne restò stordito con due coste rotte. Il Principe suo figlio lo condusse alla tenda, e gli altri cavallieri, spogliatolo dell'armi, riconobbero che era Re Carlo, e restarono meravigliati. La qual cosa risaputasi dal cavalliere della Campania, si lasciò vincere dal timore, inforcò la sella del suo cavallo, e si diede alla fuga, e stettesi nascosto per buon tempo nella Marca d'Ancona. E Carlo, dopo rinvenuto, chè il colpo l'aveva come fatto uscire di sè, domandò al figlio se quel cavalliere l'aspettasse tuttavia sul terreno, perchè voleva alla sua volta fare il suo colpo. Ma il figlio rispose: Statevene pure in tranquillo, chè i medici dicono che avete due costole rotte. Tanto fece e sostenne Re Carlo per onore della Francia; poichè non voleva che nessun Lombardo avesse fama di gagliardia maggiore di quella de' Francesi. E noto che questi quattro, di cui si è parlato, furono robusti cacciatori al cospetto di Dio.... Papa Martino volle pertinacemente soggiogare la Romagna, e ottenne il suo intento, e per acquistarla molti perirono di spada e molti ci spesero tesori. Re Carlo condusse l'esercito contro il Principe Manfredi e contro Corradino, e vinse; Pietro Re d'Aragona guerreggiò ed occupò il Regno di Sicilia contro Carlo, e invase la Puglia. Il Re di Francia poi, per vendicare lo zio Carlo, gettò in Ispagna un grosso esercito di Francesi contro Pietro d'Aragona; e tuttavia nel breve giro d'un solo anno passarono tutti nel novero dei più.... Ma Primasso nel trattato Della vita del mondo, disse benissimo:

Heu! Heu! mundi vita,

Quare me delectas ita?

Cum non possis mecum stare.

Quid me cogis te amare?

Ahi vita! Ahi vita! perchè mai cotanto

Il tuo m'alletta lusinghiero incanto!

Perchè mi leghi a te d'amor si forte,