Se la sua fameglia è grasa,—èglie gran despiacemento;
el pane e ’l vin che va en casa—mette en suo reputamento;
or vedessi iniuramento:—O fameglia sprecatrice!
da Dio sí la maledice—ch’el ben suo s’on manecato.

O avaro, fatt’hai enferno—mentre la tua vita dura;
e de l’altro pres’hai l’arra;—aspetta la pagatura!
o superbia de l’altura,—vedi ove sei redutta!
l’onoranza tua destrutta,—da ogne gente se’ avilato.

Cinque vizia ne l’alma,—che de sopra agio contate,
lo superbo, envidioso—ed iroso accidiate,
l’avarizia toccate,—due ne regnan ne la carne
che tutto sto mondo spanne:—gola e lussuriato.

L’avarizia ha adunato—e la gola el se devura;
en taverne fa mercato:—per un bicchiere una voltura;
or vedessi sprecatura—che se fa de la guadagna!
la lussuria l’acompagna—che sia vaccio consumato.

Tutta spreca una contrata—per aver una polzella;
or vedete sta brigata—a que è dutta sta novella!
anema mia tapinella,—guárdate da tal ostiere!
lo cielo te fon perdere—e lo ’nferno ha’ redetato.

XV
Como l’anema retorna al corpo per andare al iudicio

—O corpo enfracedato,—io so l’anima dolente;
lièvate amantenente—ché sei meco dannato.

L’agnolo sta a trombare—voce de gran paura;
opo n’è appresentare—senza nulla demora,
stavimi a predicare—che non avesse paura,
male te credette alora—quando feci el peccato.

—Or se’ tu l’alma mia—cortese e conoscente!
puoi che t’andasti via,—retornai a niente;
famme tal compagnia—che io non sia dolente,
veggio terribel gente—con volto esvaliato.

—Queste son le demonia—con chi t’è opo abitare;
non t’è opo far istoria;—que te oporá portare
non me trovo en memoria—de poterlo narrare;
se ententa fosse el mare—-non ne siría pontato.