—Non ce posso venire,—ché so en tanta afrantura
che sto su nel morire,—sento la morte dura;
sí facisti al partire:—rompesti omne iuntura,
recata hai tal fortura—che ogne osso m’ha spezato.
—Como da tene a mene—fo apicciato amore,
semo reiunti in pene—con eterno sciamore;
l’ossa contra le vene,—nervi contra iunture;
sciordenati onne umure—de lo primero stato.
—Unquanco Galieno,—Avicenna, Ipocrate
non sapper lo conveno—de mei enfermetate;
tutte enseme iongono—e sòmmese adirate;
sento tal tempestate—che non vorría esser nato.
—Lièvate, maledetto,—ché non poi piú morare;
ne la fronte n’è scritto—tutto el nostro peccare;
quel che nascusi a letto—volevamo operare
oporasse mostrare—vegente onne omo nato.
—Chi è questo gran sire—rege de grande altura?
sotterra vorría gire—tal me mette paura;
ove porría fugire—da la sua faccia dura?
terra, fa copretura!—ch’io nol veggia adirato.
—Questo sí è Iesú Cristo,—lo figliolo di Dio;
vedenno el volto tristo,—spiacegli el fatto mio;
potemmo fare acquisto—d’aver lo regno sio;
malvagio corpo e rio,—or que avem guadagnato!
XVI
Como l’appetito de laude
fa operare molte cose senza frutto
—Que fai, anema predata?—Faccio mal ché so dannata.
Agio mal ché infinito—omne ben sí m’è fugito;
lo ciel sí m’ha sbandito—e lo ’nferno m’ha ’lbergata.
—Dáime desperazione—de la mia condizione
pensando la perfezione—de la vita tua ch’è stata.