—Lo Signor te n’amaestra—che tu degge cavere
dal lupo che da fuore—co pieco vol venére;
venendo a tua magione—non se lassa vedere;
poi briga de mordère—e la grege dissipare.

Se te volesse dire—quel ch’io agio sentito,
faría maravigliare—colui che non l’ha udito;
tal viene como medico—che sia bene assendito;
da poi ch’è discoprito,—briga d’atossecare.

Non avere temenza—de dir tuo entendemento;
ché io sí mo te dico—quel che nel cor sento;
poi che ’l lupo apicciase,—dá mal mordemento;
poi che n’hai sentemento,—brígate de guardare.

—Co me posso guardare?—tanto m’ò assediata
quegli da cui degio—essere predicata,
mostrandomesi agnelli,—fin che m’on securata;
da lor so morsecata,—non so en cui me fidare.

—Se non te voi fidare—sí fai gran sapienza;
ca cui la serpe morseca,—la lucerta ha ’n temenza;
le pieco aggi en dubito,—ché non hai conoscenza;
perché tua conscienza—non possa travagliare.

XXXIII
De l’amore falso che offende le virtú

Amor contrafatto,—spogliato de vertute,
non può fare le salute—lá ’v’è lo vero amare.

Amor si fa lascivo—senza la temperanza;
nave senza nuchiero—rompe en tempestanza;
cavallo senza freno—curre en precipitanza;
sí fa la falsa amanza—senza vertute andare.

Amor che non è forte,—mortal ha enfermetate;
l’aversitá l’uccide,—pegio en prosperitate,
l’ipocrite mostranze—che for, per le contrate,
mostravan santetate—de canti e de saltare.

Amor che non è iusto,—da Dio è reprovato;
parlando va d’amore—che sia de grande stato;
la lengua ha posta en cielo,—lo cor è aterrenato;
vilissimo mercato—porta chi vol mostrare.