—Figliuole mie, andate al mio diletto
ché a llui vi voglio desponsare;
entro le soi mano sí ve metto
che con lui deggiáti reposare;
onore e pregio senza alcun defetto
da tutta gente faròve mirare;
e voi el me renderite sí perfetto
che sopra il ciel lo farò esaltare.—
Li Doni, odendo lo maritamento,
curreno con grande vivaceza:
—Meser, noi que facemo a sto convento?
staremo sempre mai en vedoveza;
quigno parrá de noi star en lamento
e tutta corte viver ’n alegreza?
se noi ce sonarim nostro stromento
tutta la corte terrimo en baldeza.
—O figlioli miei, sete adunati
per rendere a la mia corte onore;
or currete ensemora, abracciati
lo mio diletto figlio redentore,
e le Virtute sí me esercitati
en tutto compimento de valore,
sí che con loro beatificati
siate nella corte de l’Amore.—
Le Beatitudine, questo odenno,
con gran vivaceza vengon a corte:
—Meser, le pelegrine a te venenno,
albergane ché simo de tua sorte;
peregrinato avemo state e verno
con molti amari dí e dure notte,
onom ne caccia e pargli far gran senno,
ché piú semo odiate che la morte.
—Non si trovò nul omo ancora degno
d’albergare sí nobile tesaro;
albergove con Cristo e dolve ’n pegno
e voi l’averiti molto caro;
li frutti ve daragio poi nel regno,
possederete tutto el mio vestaro,
demostrariti Cristo como segno:
ecco lo mastro del nostro reparo.—
Lo nostro dolcissimo Redentore
a la Iustizia per l’omo ha parlato:
—Que ademandi a l’om peccatore
che deggia fare per lo suo peccato?
recolta centro e suo pagatore
de tutto quello che t’era obligato;
aiutar lo voglio per amore
e de satisfare so apparecchiato.
—Mesere, se ve piace de pagare
lo debito che per l’omo è contratto,
voi lo podete, se ve piace, fare,
ché sete Dio ed omo però fatto;
comenzato avete a satisfare;
volentiere tieco faccio el patto,
ché tu solo sí me puoi placare
e sí con tieco faccio lo contratto.
—O Misericordia, que ademanni
per l’omo per cui e’ stata avocata?
—-Meser, che l’omo sia tratto de banni
che sbandito fo de sua contrata;
tribulata sí so stata molt’anni;
da poi che cadde, non fui consolata;
tutta la corte si mo ci aremanni,
se consoli me en lui compassionata.
Ché la sua infirmitate è tanta,
per nulla guisa se porría guarire;
se omne lor difetto non t’amanta,
de quil che fuoro e so e so a venire,
potere, senno e la voglia santa
de trasformare en omne suo devere,
consolarai poi me misera afranta
che tanto ho pianto con amar sospiri.
—Sotilmente hai ademandato,
ciò che demandi io sí voglio fare;
de l’amore sí so enebriato,
che stolto me faragio reputare
a comparare sí vile mercato,
e cosí gran prezo volere dare,
che l’om conosca quanto l’aggio amato,
morir ne voglio per lo suo peccare.