Con questa si muovono li amanti verso li simulacri della cosa amata, a parlare coll’imitate pitture; con questa si muovono popoli, con infervorati voti, a ricercare li simulacri delli Iddii, e non a vedere le opere de’ poeti, che con parole figurino li medesimi Iddii; con questa si ingannano li animali. Già vid’io una pittura, che ingannava il cane, mediante la similitudine del suo padrone, alla quale esso cane faceva grandissima festa; e similmente ho visto i cani baiare e voler mordere i cani dipinti; e una scimmia fare infinite pazzie contro ad un’altra scimmia dipinta; ho veduto le rondini volare e posarsi sopra li ferri dipinti, che sportano fuori delle finestre de li edifizi.

X. — POTENZA ESPRESSIVA DELLA PITTURA.

Non vede l’imaginazione cotal eccellenza, qual vede l’occhio, perchè l’occhio riceve le spezie overo similitudini delli obbietti, e dàlli alla imprensiva, e da essa imprensiva al senso comune, e lì è giudicata. Ma la imaginazione non esce fuori da esso senso comune, se non in quanto essa va alla memoria, e lì si ferma e muore, se la cosa imaginata, non è di molta eccellenza. E in questo caso si ritrova la Poesia nella mente overo imaginativa del poeta, il quale finge le medesime cose del pittore, per le quali finzioni egli vuole equipararsi a esso pittore, ma invero ei n’è molto rimoto, come di sopra è dimostrato. Adunque in tal caso di finzione, diremo con verità esser tal proporzione dalla scienza della Pittura alla Poesia, qual è dal corpo alla sua ombra derivativa, e ancora maggior proporzione, conciossiachè l’ombra di tal corpo almeno entra per l’occhio al senso comune, ma la imaginazione di tal corpo non entra in esso senso, ma lì nasce, nell’occhio tenebroso [il cervello o senso comune]. Oh! che differenza è a imaginare tal luce nell’occhio tenebroso, al vederla in atto fuori delle tenebre!

Se tu, poeta, figurerai la sanguinosa battaglia, mista con la oscura e tenebrosa aria, mediante il fumo delle spaventevoli e mortali macchine, mista con la spessa polvere, intorbidatrice de l’aria, e la paurosa fuga de li miseri spaventati dalla orribile morte; in questo caso il pittore ti supera, perchè la tua penna fia consumata, innanzi che tu descriva appieno quel, che immediate il pittore ti rappresenta co’ la sua scienza. E la tua lingua sarà impedita dalla sete e il corpo dal sonno e fame, prima che tu con parole dimostri quello, che in un istante il pittore ti dimostra. Nella qual pittura non manca altro, che l’anima delle cose finte, e in ciascun corpo è l’integrità di quella parte, che per un sol aspetto può dimostrarsi, il che lunga e tediosissima cosa sarebbe alla poesia a ridire tutti li movimenti de li operatori di tal guerra, e le parti delle membra e lor ornamenti, delle quali cose la pittura finita, con gran brevità e verità, ti pone innanzi; e a questa tal dimostrazione non manca, se non il romore delle macchine, e le grida de li spaventanti vincitori, e le grida e pianti de li spaventati, le quali cose ancora il poeta non può rappresentare al senso dell’audito. Diremo adunque la Poesia essere scienza, che sommamente opera nelli orbi, e la Pittura fare il medesimo nelli sordi. Essa tanto resta più degna che la Poesia, quanto ella serve a miglior senso.

Solo il vero uffizio del poeta è fingere parole di gente, che insieme parlino, e sol queste rappresenta al senso dell’audito tanto come naturali, perchè in sè sono naturali create dall’umana voce, e, in tutte l’altre consequenzie, è superato dal pittore. Ma molto più sanza comparazione son le varietà, in che s’astende la Pittura, che quelle, in che s’astendono le parole, perchè infinite cose farà il pittore, che le parole non le potrà nominare, per non aver vocaboli appropriati a quelle. Or non vedi tu, che, se ’l pittore vol fingere animali o diavoli nell’inferno, con quanta abbondanzia d’invenzione egli trascorre?

E già intervenne a me fare una pittura, che rappresentava una cosa divina, la quale comperata dall’amante di quella, volle levarne la rappresentazione di tal deità, per poterla baciare sanza sospetto. Ma infine la coscienza vinse li sospiri e la libidine, e fu forza, ch’ei se la levasse di casa. Or va tu, poeta, descrivi una bellezza sanza rappresentazioni di cosa viva, e desta li uomini con quella a tali desiderî! Se tu dirai: — io ti descriverò l’inferno o ’l paradiso, e altre delizie o spaventi —; il pittore ti supera, perchè ti metterà innanzi cose, che, tacendo, diranno tali delizie, o ti spaventeranno, e ti movono l’animo a fuggire. Move più presto li sensi la pittura, che la poesia. E se tu dirai, che con le parole tu leverai un popolo in pianto o in riso; io ti dirò, che non sei tu che muove, egli è l’oratore, e è ’l riso. Uno pittore fece una pittura, che, chi la vedeva, sùbito sbadigliava, e tanto replicava tale accidente, quanto si teneva l’occhi alla pittura, la quale ancora lei era finta a sbadigliare.

Altri hanno dipinto atti libidinosi e tanto lussuriosi, ch’hanno incitati li risguardatori di quella alla medesima festa, il che non farà la Poesia. E se tu scriverai la figura d’alcuni Dei, non sarà tale scrittura nella medesima venerazione che la Idea dipinta, perchè a tale pittura sarà fatto di continuo voti e diverse orazioni, e a quella concorreranno varie generazioni di diverse provincie e per li mari orientali. E da tali si dimanderà soccorso a tal pittura e non alla scrittura.

Qual è colui, che non voglia prima perdere l’audito, l’odorato e ’l tatto, che ’l vedere? Perchè, chi perde il vedere, è com’uno, ch’è cacciato dal mondo, perchè egli più no ’l vede, nè nessuna cosa. E questa vita è sorella della morte.

XI. — IMPORTANZA DELL’OCCHIO NELLA VITA ANIMALE.

Maggior danno ricevono li animali per la perdita del vedere, che dell’audire, per più cagioni; e prima, che mediante il vedere il cibo è ritrovato, donde si debbe nutrire, il quale è necessario a tutti gli animali; e ’l secondo, che per il vedere si comprende il bello delle cose create, massime delle cose, ch’inducono all’amore, nel quale il cieco nato non può pigliare per lo audito, perchè mai non ebbe notizia, che cosa fusse bellezza d’alcuna cosa. Restagli l’audito, per il quale solo intende le voci e parlare umano, nel quale è i nomi di tutte le cose, a chi è dato il suo nome. Sanza la saputa d’essi nomi ben si può vivere lieto, come si vede nelli sordi nati, cioè li muti, che mediante il disegno, il quale è più de’ muti, si dilettano.