Ma della Poesia, — la quale s’abbia a stendere alla figurazione d’una perfetta bellezza, con la figurazione particulare di ciascuna parte, della quale si compone in pittura la predetta armonia, — non ne risulta altra grazia, che si facessi a far sentir nella musica ciascuna voce per sè sola in vari tempi, dello quali non si comporrebbe alcun concento, come se volessimo mostrare un volto a parte a parte, sempre ricoprendo quelle, che prima si mostrarno, delle quali dimostrazioni l’oblivione [dimenticare] non lascia comporre alcuna proporzionalità d’armonia, perchè l’occhio non le abbraccia co’ la sua virtù visiva a un medesimo tempo.

Il simile accade nelle bellezze di qualunque cosa finta dal poeta, de le quali, per essere le sue parti dette separatamente in separati tempi, la memoria non riceve alcuna armonia.

XV. — LA PITTURA SI PRESENTA ALL’OCCHIO NEL SUO TUTTO IN ISTANTE.

La Pittura immediate ti si rappresenta con quella dimostrazione, per la quale il suo fattore l’ha generata, e dà quel piacere al senso massimo, qual dare possa alcuna cosa creata dalla natura. E in questo caso, il poeta, che manda le medesime cose al comun senso per la via dell’audito, minor senso, non dà all’occhio altro piacere, che se un sentissi raccontar una cosa.

Or vedi, che differenza è dall’audir raccontare una cosa, che dà piacere all’occhio con lunghezza di tempo, o vederla con quella prestezza che si vedono le cose naturali. E ancorchè le cose de’ poeti sieno con lungo intervallo di tempo lette, spesse sono le volte, ch’elle non sono intese, e bisogna farli sopra diversi comenti, de’ quali rarissime volte tali comentatori intendono qual fusse la mente del poeta; e molte volte i lettori non leggono, se non piccola parte delle loro opere, per disagio di tempo. Ma l’opera del pittore immediate è compresa dalli suoi riguardatori.

XVI. — SEGUE.

La Pittura ti rappresenta in un sùbito la sua essenza nella virtù visiva e per il proprio mezzo, donde la imprensiva riceve li obbietti naturali, e ancora nel medesimo tempo, nel quale si compone l’armonica proporzionalità delle parti, che compongono il tutto, che contenta il senso; e la Poesia riferisce il medesimo, ma con mezzo meno degno de l’occhio, il quale porta nell’imprensiva più confusamente e con più tardità le figurazioni delle cose nominate, che non fa l’occhio, vero mezzo intra l’obbietto e l’imprensiva, il quale immediate conferisce con somma verità le vere superfizie e figure di quel, che dinanzi se gli appresenta; delle quali ne nasce la proporzionalità detta armonia, che con dolce concento contenta il senso, non altrementi, che si facciano le proporzionalità di diverse voci al senso dello udito, il quale ancora è men degno, che quello dell’occhio, perchè tanto, quanto ne nasce, tanto ne more, e è sì veloce nel morire, come nel nascere. Il che intervenire non può nel senso del vedere; perchè, se tu rappresenterai all’occhio una bellezza umana, composta di proporzionalità di belle membra, esse bellezze non sono sì mortali, nè sì presto si struggono, come fa la musica, anzi, ha lunga permanenza, e ti si lascia vedere e considerare; e non rinasce, come fa la musica nel molto sonare, nè t’induce fastidio, anzi t’innamora, e è causa, che tutti li sensi insieme con l’occhio, la vorrebbero possedere, e pare, che a gara voglian combattere con l’occhio. Pare, che la bocca, s’è la bocca, se la vorrebbe per sè in corpo; l’orecchio piglia piacere d’audire le sue bellezze; il senso del tatto la vorrebbe penetrare per tutti i suoi meati; il naso ancora vorrebbe ricevere l’aria, ch’al continuo di lei spira.

Ma la bellezza di tale armonia il tempo in pochi anni la distrugge, il che non accade in tal bellezza imitata dal pittore, perchè il tempo lungamente la conserva; e l’occhio, inquanto al suo uffizio, piglia il vero piacere di tal bellezza dipinta, qual si facessi della bellezza viva; mancagli il tatto, il quale si fa maggior fratello nel medesimo tempo, il quale, poichè avrà avuto il suo intento, non impedisce la ragione del considerare la divina bellezza. E in questo caso la pittura, imitata da quella, in gran parte supplisce: il che supplire non potrà la descrizione del poeta, il quale in questo caso si vole equiparare al pittore, ma non s’avvede, che le sue parole, nel far menzione delle membra di tal bellezza, il tempo le divide l’una dall’altra, v’inframmette l’oblivione, e divide le proporzioni, le quali lui, sanza gran prolissità, non può nominare; e non potendole nominare, esso non può comporne l’armonica proporzionalità, la quale è composta di divine proporzioni. E per questo un medesimo tempo, nel quale s’inchiude la speculazione d’una bellezza dipinta, non può dare una bellezza descritta, e fa peccato contro natura quel, che si de’ mettere per l’occhio, a volerlo mettere per l’orecchio. Lasciavi entrare l’uffizio della Musica, e non vi mettere la scienza della Pittura, vera imitatrice delle naturali figure di tutte le cose.

Chi ti move, o omo, ad abbandonare le proprie tue abitazioni della città, e lasciare li parenti e amici, e andare in lochi campestri per monti e valli, se non la naturale bellezza del mondo, la quale, se ben consideri, sol col senso del vedere fruisci? e se il poeta vole in tal caso chiamarsi anco lui pittore, perchè non pigliavi tali siti descritti dal poeta, e startene in casa sanza sentire il superchio calore del sole? oh! non t’era questo più utile e men fatica, perchè si fa al fresco e sanza moto e pericolo di malattia? Ma l’anima non potea fruire il benefizio de li occhi, finestre delle sue abitazioni, e non potea ricevere le spezie de li allegri siti, non potea vedere l’ombrose valli rigate dallo scherzare delli serpeggianti fiumi, non potea vedere li varî fiori, che con loro colori fanno armonia all’occhio, e così tutte le altre cose, che ad esso occhio rappresentare si possono. Ma se il pittore, nelli freddi e rigidi tempi dell’inverno, ti pone innanzi li medesimi paesi dipinti ed altri, ne’ quali tu abbi ricevuto li tuoi piaceri; se appresso a qualche fonte, tu possi rivedere te, amante con la tua amata, nelli fioriti prati, sotto le dolci ombre delle verdeggianti piante, non riceverai tu altro piacere, che a udire tale effetto descritto dal poeta?

Qui risponde il poeta, e cede alle sopra dette ragioni, ma dice, che supera il pittore, perchè lui fa parlare e ragionare li omini con diverse finzioni, nelle quali ei finge cose, che non sono; e che commuoverà li omini a pigliare le armi; e che descriverà il cielo, le stelle e la natura e le arti e ogni cosa. Al quale si risponde, che nessuna di queste cose, di che egli parla, è sua professione propria, ma che, s’ei vuol parlare e orare, è da persuadere che in questo egli è vinto dall’oratore; e se parla di Astrologia, che lo ha rubato all’astrologo; e di Filosofia al filosofo, e che in effetto la Poesia non ha propria sedia, nè la merita altramente che di un merciaio ragunatore di mercanzie, fatte da diversi artigiani.