XIX. — RISPOSTA DEL RE MATTIA AD UN POETA CHE GAREGGIAVA CON UN PITTORE.

Portando, il dì del natale del re Mattìa, un poeta un’opera fattagli in laude del giorno, ch’esso re era nato, a beneficio del mondo, e un pittore gli presentò un ritratto della sua innamorata; sùbito il Re rinchiuse il libro del poeta, e voltossi alla pittura, e a quella fermò la vista con grande ammirazione.

Allora il poeta, forte sdegnato, disse: — o re, leggi, leggi, e sentirai cosa di maggior sustanzia, che una muta pittura! —

Allora il re, sentendosi riprendere del risguardar cose mute, disse: «o poeta, taci, chè non sai ciò che ti dica; questa pittura serve a miglior senso che la tua, la qual è da orbi. Dammi cosa che io la possa vedere e toccare, e non che solamente la possa udire, e non biasimare la mia elezione dell’avermi io messo la tua opera sotto il gomito, e questa del pittore tengo con le due mani, dandola alli miei occhi, perchè le mani da lor medesime hanno tolto a servire a più degno senso, che non è l’audire. E io per me giudico, che tale proporzione sia della scienza del pittore a quella del poeta, qual è dalli suoi sensi, de’ quali questi si fanno obbietti.

»Non sai tu che la nostra anima è composta d’armonia, e armonia non s’ingenera se non in istanti [armonia esige contemporaneità di parti], nei quali le proporzionalità delli obbietti si fan vedere o udire? Non vedi, che nella tua scienza non è proporzionalità creata in istante, anzi l’una parte nasce dall’altra successivamente, e non nasce la succedente, se l’antecedente non muore?

»Per questo giudico la tua invenzione essere assai inferiore a quella del pittore, solo perchè da quella non componesi proporzionalità armonica. Essa non contenta la mente dell’auditore o veditore, come fa la proporzionalità delle bellissime membra, componitrici delle divine bellezze di questo viso, che m’è dinanzi, le quali in un medesimo tempo tutte ’nsieme giunte, mi dànno tanto piacere colla divina loro proporzione, che null’altra cosa giudico esser sopra la terra fatta dall’uomo, che dar lo possa maggiore.»

XX. — ALTEZZA DEL MONDO VISIBILE.

Non è sì insensato giudizio che, se gli è proposto qual è più da eleggere o stare in perpetue tenebre o voler perder l’audito, che sùbito non dica voler più tosto perdere l’audito insieme con l’odorato, prima che restar cieco.

Perchè chi perde il vedere, perde la bellezza del mondo con tutte le forme delle cose create, e il sordo sol perde il suono fatto dal moto dell’aria percossa, ch’è minima cosa nel mondo. Tu, che dici la scienza essere tanto più nobile, quant’essa s’astende in più degno subbietto, e per questo più vale una falsa immaginazione dell’essenza di Dio, che una immaginazione d’una cosa men degna; e per questo diremo, la Pittura, la quale solo s’astende nell’opere d’Iddio essere più degna della Poesia, che solo si astende in bugiarde finzioni de l’opere umane.

XXI. — ARGUIZIONE DEL POETA CONTRO ’L PITTORE.