XVI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
Il salice, che, per li sua lunghi germinamenti, vol crescere da superare ciascuna altra pianta, per avere fatto compagnia colla vite, che ogni anno si pota, fu ancora lui sempre storpiato.
XVII. — IL CEDRO.
Avendo il cedro desiderio di fare uno bello e grande frutto in nella sommità di se, lo mise a seguizione [compimento] con tutte le forze del suo omore; il quale frutto cresciuto, fu cagione di fare declinare la elevata e diritta cima.
XVIII. — IL PERSICO.
Il persico, avendo invidia alla gran quantità de’ frutti visti fare al noce suo vicino, diliberato fare il simile, si caricò de’ sua in modo tale, che ’l peso di detti frutti lo tirò diradicato e rotto alla piana terra.
XIX. — L’OLMO E IL FICO.
Stando il fico vicino all’olmo, e riguardando i sua rami essere sanza frutti, e avere ardimento di tenere il sole a’ sua acerbi fichi, con rampogne gli disse: — O olmo, non hai tu vergogna a starmi dinanzi? Ma aspetta che i mia figlioli sieno in matura età, e vedrai dove ti troverai. — I quali figlioli poi maturati, capitandovi una squadra di soldati, fu da quelli, per torre i sua fichi, tutto lacerato e diramato e rotto. Il quale, stando poi così storpiato delle sue membra, l’olmo lo dimandò dicendo: — O fico, quanto era il meglio a stare sanza figlioli, che per quelli venire in sì miserabile stato! —
XX. — LE PIANTE E IL PERO.
Vedendo il lauro e mirto tagliare il pero, con alta voce gridarono: — O pero! ove vai tu? ov’è la superbia, che avevi, quando avevi i tua maturi frutti? Ora non ci farai tu ombra colle tue folte chiome! — Allora il pero rispose: — Io ne vo coll’agricola, che mi taglia, e mi porterà alla bottega d’ottimo scultore, il quale mi farà con su’ arte pigliare la forma di Giove Iddio, e sarò dedicato nel tempio, e dagli omini adorato invece di Giove; e tu ti metti in punto a rimanere ispesso storpiata e pelata de’ tua rami, i quali mi fieno da li omini, per onorarmi, posti d’intorno.