XXI. — LA RETE.

La rete, che soleva pigliare li pesci, fu presa e portata via dal furor de’ pesci.

XXII. — NASCE ROVINA DAL SEGUIRE IL FALSO SPLENDORE.

Non si contentando il vano e vagabondo parpaglione di potere comodamente volare per l’aria, vinto dalla dilettevole fiamma della candela, diliberò volare in quella, e ’l suo giocondo movimento, fu cagione di subita tristizia. Imperocchè ’n detto lume si consumarono le sottili ali, e ’l parpaglione misero, caduto tutto bruciato a’ piè del candeliere, dopo molto pianto e pentimento, si rasciugò le lagrime dai bagnati occhi, e levato il viso in alto, disse: — O falsa luce! quanti, come me, debbi tu avere ne’ passati tempi miserabilmente ingannati! Oh! s’i pure volevo vedere la luce, non dovev’io conoscere il sole dal falso lume dello sporco sevo? —

XXIII. — IL CASTAGNO E IL FICO.

Vedendo il castagno l’omo sopra il fico, il quale piegava in verso sè i sua rami, e di quelli ispiccava i maturi frutti — i quali metteva nell’aperta bocca disfacendoli e disertandoli [dilacerandoli] coi duri denti — crollando i lunghi rami, e con tumultuevole mormorio disse: — O fico! Quanto se’ tu men di me obbligato alla natura! Vedi, come in me ordinò serrati i mia dolci figlioli, prima vestiti di sottile camicia, sopra la quale è posta la dura e foderata pelle; e, non contentandosi di tanto beneficarmi, ch’ell’ha fatto loro la forte abitazione, e sopra quella fondò acute e folte spine, a ciò che le mani dell’omo non mi possino nuocere? — Allora il fico cominciò insieme co’ sua figlioli a ridere, e, ferme le risa, disse: — Conosci, l’omo essere di tale ingegno, che lui ti sappi colle pertiche e pietre e sterpi, trarti infra i tua rami, farti povero de’ tua frutti, e quelli caduti, pesti co’ piedi e co’ sassi, in modo che’ frutti tua escino, stracciati e storpiati, fora dell’armata casa; e io sono con diligenza tocco dalle mani, e non, come te, da bastoni e da sassi. —

XXIV. — IL ROVISTICO E IL MERLO.

Il rovistrice [rovistico: pianta, ligustrum vulgare], sendo stimolato nelli sua sottili rami, ripieni di novelli frutti, dai pungenti artigli e becco delle importune merle, si doleva con pietoso rammarico inverso essa merla, pregando quella, che, poichè lei li toglieva i sua diletti frutti, il meno non lo privassi de le foglie, le quali lo difendevano dai cocenti raggi del sole, e che coll’acute unghie non iscorticasse e disvestisse della sua tenera pelle. A la quale la merla, con villane rampogne, rispose: — Oh! taci salvatico sterpo! Non sai, che la natura t’ha fatti produrre questi frutti per mio notrimento? Non vedi, che so’ al mondo per servirmi di tale cibo? Non sai, villano, che tu sarai, nella prossima invernata notrimento e cibo del foco? — Le quali parole ascoltate dall’albero pazientemente, non sanza lacrime, infra poco tempo, — il merlo preso dalla ragna [rete] e còlti de’ rami per fare gabbia, per incarcerare esso merlo, — toccò, infra l’altri rami, al sottile rovistrice a fare le vimini de la gabbia; le quali vedendo essere causa della persa libertà del merlo, rallegratosi, mosse tali parole: — O merlo!, i’ son qui non ancora consumato, come dicevi, dal foco; prima vederò te prigione, che tu me bruciato! —

XXV. — LA NOCE E IL CAMPANILE.

Trovandosi la noce essere dalla cornacchia portata sopra un alto campanile, e per una fessura, dove cadde, fu liberata dal mortale suo becco; pregò esso muro, per quella grazia, che Dio li aveva dato dell’essere tanto eminente e magno e ricco di sì belle campane e di tanto onorevole suono, che la dovessi soccorrere; perchè, poichè la non era potuta cadere sotto i verdi rami del suo vecchio padre, e essere nella grassa terra ricoperta delle sue cadenti foglie, che non la volessi lui abbandonare: imperò ch’ella trovandosi nel fiero becco della fiera cornacchia, ch’ella si votò, che, scampando da essa, voleva finire la vita sua ’n un picciolo buco. — Alle quali parole, il muro, mosso a compassione, fu costretto ricettarla nel loco, ov’era caduta. E in fra poco tempo, la noce cominciò aprirsi, e mettere le radici infra le fessure delle pietre, e quelle allargare, e gittare i rami fori della sua caverna; e quegli, in breve, levati sopra lo edifizio, e ingrossate le ritorte radici, cominciò aprire i muri, e cacciare le antiche pietre de’ loro vecchi lochi. Allora il muro tardi e indarno pianse la cagione del suo danno, e, in brieve aperto, rovinò gran parte delle sue membra.