XXVI. — IL SALICE E LA ZUCCA.
Il misero salice, trovandosi non potere fruire il piacere di vedere i sua sottili rami fare over condurre alla desiderata grandezza, e drizzarsi al cielo, per cagione della vite e di qualunque pianta li era vicina, sempre egli era storpiato e diramato e guasto; e raccolti in sè tutti li spiriti, e con quelli apre e spalanca le porte alla imaginazione; e stando in continua cogitazione, e ricercando con quella l’universo delle piante, con quale di quelle esso collegare si potessi, che non avessi bisogno dell’aiuto de’ sua legami; e stando alquanto in questa notritiva imaginazione, con subito assalimento li corse nel pensiero la zucca; e crollato tutti i rami per grande allegrezza, parendoli avere trovato compagnia al suo disiato proposito — imperò che quella è più atta a legare altri, che essere legata. — E fatta tal diliberazione, rizzò i sua rami inverso il cielo, attendea aspettare qualche amichevole uccello, che li fusse a tal disiderio mezzano. In fra’ quali, veduta a sè vicina la gazza, disse inver di quella: — O gentile uccello, io ti priego, per quello soccorso, che a questi giorni, da mattina, ne’ mia rami trovasti, quando l’affamato falcone, crudele e rapace, te voleva divorare; e per quelli riposi, che sopra me ispesso hai usati, quando l’ali tue a te riposo chiedeano; e per quelli piaceri, che, infra detti mia rami, scherzando colle tue compagne ne’ tua amori, già hai usato: io ti priego, che tu truovi la zucca e impetri da quella alquante delle sue semenze, e di’ a quelle che, nate ch’elle fieno, ch’io le tratterò non altrementi, che se del mio corpo generate l’avessi; e similmente usa tutte quelle parole, che di simile intenzione persuasive sieno, benchè a te, maestra de’ linguaggi, insegnare non bisogna. E se questo farai, io sono contenta di ricevere il tuo nido sopra il nascimento de’ mia rami, insieme colla tua famiglia, sanza pagamento d’alcun fitto. — Allora la gazza, fatti e fermi alquanti capitoli [patti] di novo col salice, e massime che biscie o faine sopra sè mai non accettassi; alzata la coda e bassato la testa, e gittatasi dal ramo, rendè il suo peso all’ali. E quelle battendo sopra la fuggitiva aria, ora qua, ora in là curiosamente col timon della coda dirizzandosi, pervenne a una zucca, e con bel saluto, e alquante bone parole, impetrò le dimandate semenze. E condottele al salice, fu con lieta cera ricevuta; e raspato alquanto co’ piè il terreno vicino al salice, col becco, in cerchio a esso, essi grani piantò. Li quali, in brieve tempo, crescendo, cominciò, collo accrescimento e aprimento de’ sua rami, a occupare tutti i rami del salice, e colle sue gran foglie a torle la bellezza del sole e del cielo. E, non bastando tanto male — seguendo [venute in seguito, nate e cresciute] le zucche — cominciò, per disconcio peso, a tirare le cime de’ teneri rami inver la terra, con istrane torture e disagio di quelli. Allora scotendosi e indarno crollandosi, per fare da sè esse zucche cadere, e indarno vaneggiando alquanti giorni in simile inganno, perchè la bona e forte collegazione [l’avviticchiarsi degli steli della zucca al salice] tal pensieri negava, vedendo passare il vento, a quello raccomandandosi, e quello soffiò forte. Allora s’aperse il vecchio e vòto gambo del salice in due parti, insino alle sue radici, e, caduto in due parti, indarno pianse sè medesimo, e conobbe, che era nato per non aver mai bene.
XXVII. — L’AQUILA.
Volendo l’aquila schernire il gufo, rimase coll’ali impaniate, e fu dall’omo presa e morta.
XXVIII. — IL RAGNO.
Il ragno, volendo pigliare la mosca con sue false reti, fu sopra quelle dal calabrone crudelmente morto.
XXIX. — IL GRANCHIO.
Il granchio, stando sotto il sasso per pigliar i pesci, che sotto a quello entravano, venne la piena con rovinoso precipitamento di sassi, e, col loro rotolare, si fracellò tal granchio
XXX. — L’ASINO E IL GHIACCIO.
Addormentatosi l’asino sopra il diaccio d’un profondo lago, il suo calore dissolvè esso diaccio, e l’asino sott’acqua, a mal suo danno, si destò, e subito annegò.