In fra le potenti cagioni de’ terrestri danni a me pare, che i fiumi, colle ruinose innondazioni, tengano il principato; e non è il foco, come alcuni han voluto, imperocchè il foco termina sua voragine, dove manca il nutrimento; il movimento dell’acqua, ch’è mantenuto dalle inclinate valli, ancora lui termina e more insieme coll’ultima bassezza della valle; ma il foco è causato dal nutrimento e ’l moto dell’acqua dalla bassezza. Il nutrimento del foco è disunito, e disunito e separato fia il danno, e il foco more, dove manca il nutrimento. La declinazione delle valli è unita, e unito fia il danno, col ruinoso corso del fiume, finchè, in compagnia delle sue valli, finirà nel mare, universale bassezza e unico riposo delle peregrinanti acque dei fiumi.
Ma con quale lingua o con quale vocaboli potrò io esprimere e dire le nefande ruine, li incredibili dirupamenti, le inesorabili rapacità, fatte da’ diluvî de’ superbi fiumi? Come potrò io dire? — Certo io non mi sento bastevole a tanta dimostrazione; ma pure con quell’aiuto, che mi dà la sperienza, m’ingegnerò riferire il modo del dannificare, contro ai quali diripanti fiumi non vale alcuno umano riparo.
LXXVIII. — SU UNA CONCHIGLIA FOSSILE.
O tempo, veloce predatore delle create cose, quanti re, quanti popoli hai tu disfatti, e quante mutazioni di stati e varî casi sono seguìti, dopochè la maravigliosa forma di questo pesce qui morì per le cavernose o ritorte interiora [Sott.: del monte] .... Ora, disfatto dal tempo, paziente giaci in questo chiuso loco; colle spolpate e ignude ossa hai fatto armadura e sostegno al soprapposto monte!
LXXIX. — BASTA UN PICCOLO SEGNO PER RICOSTRUIRE L’INTERO PASSATO.
Perchè molto son più antiche le cose che le lettere, non è maraviglia se alli nostri giorni non apparisce scrittura delli predetti mari essere occupatori di tanti paesi; e se pure alcuna scrittura apparìa le guerre, l’incendi, li diluvi dell’acque, le mutazioni delle lingue e delle leggi hanno consumato ogni antichità: ma a noi bastano le testimonianze delle cose nate nelle acque salse, ritrovarsi nelli alti monti, lontani dalli mari d’allora.
LXXX. — DEL DILUVIO E DE’ NICCHI [le conchiglie fossili] MARINI.[138]
Se tu dirai che li nicchi, che per li confini d’Italia lontano dalli mari, in tanta altezza si veggono alli nostri tempi, siano stati per causa del Diluvio, che lì li lasciò; io ti rispondo che, credendo tu che tal Diluvio superasse il più alto monte 7 cubiti, — come scrisse chi li misurò, — tali nicchi, che sempre stanno vicini ai liti del mare, e’ dovriano restare sopra tali montagne, e non sì poco sopra le radici de’ monti, per tutto a una medesima altezza, a suoli a suoli E se tu dirai, che, essendo tali nicchi vaghi di stare vicini alli liti marini, e che, crescendo in tanta altezza, che li nicchi si partirono da esso lor primo sito, e seguitarono l’accrescimento delle acque insino alla lor somma altezza; qui si risponde che, sendo il nicchio animale di non più veloce moto che si sia la lumaca, fori dell’acqua, — e qualche cosa più tarda, perchè non nuota, anzi si fa un solco ove s’appoggia, — camminerà il dì dalle 3 alle 4 braccia. Adunque questo, con tale moto, non sarà camminato dal mare Adriano insino in Monferrato di Lombardia, chè v’è 250 miglia di distanza in 40 giorni — come disse chi tenne conto d’esso tempo. E se tu dici che l’onde ve li portarono, essi per la lor grossezza, non si reggono, se non sopra il suo fondo; e se questo non mi concedi, confessami almeno ch’elli aveano a rimanere nelle cime de’ più alti monti e ne’ laghi, che infra li monti si serrano: come lago di Lario o di Como e ’l Maggiore e di Fiesole e di Perugia e simili.