Era meno grande d'un Profeta l'uomo che col suo petto aveva sbarrato la via ai suicidi, ai vigliacchi e ai disperati d'Israele? l'uomo che aveva inondato di poesia e di luce i Ghetti dove si piange e si muore? O esteti desiderosi di gioia, non anelava ad un'opera di letizia e di bellezza l'affanno di questo uomo moderno? O genî che avete l'anima torturata da un grande ideale; o genî che conquistaste le altezze del pensiero e della vita, non riconoscete che questo spirito è degno d'entrare nella vostra piccola schiera perchè soffrì e si consumò per un sogno d'amore e di giustizia? O pezzenti di tutte le terre, o poeti e sognatori di tutte le epoche, quest'uomo del nostro sangue ha accarezzato per i suoi fratelli dolenti la libertà e la gioia. Salutate anche voi, torturati da un gran desiderio di pace, quest'uomo che seppe brandire col suo braccio potente le armi per le vostre battaglie.
*
* *
Io amo d'un amore smisurato tutti gli spiriti grandi nati dai lombi d'Israele ed alimentati dal sangue della nostra civiltà: ma mi pare che eran molti [pg 7] secoli che Israele non dava al mondo un rinnovatore di coscienze ed un agitatore di plebi com'è stato Teodoro Herzl.
Il popolo giudaico, dalla caduta della nazione e dalla rovina della patria, aveva perduto la sua unità reale, oggettiva; non aveva più guardato ad un uomo nè ad un'opera attiva nè ad una organizzazione come ad un centro della sua storia e delle sue speranze. Teodoro Herzl dopo 19 secoli aveva rappresentato in sè stesso l'unità degli spiriti e l'unità della vita d'Israele; Egli ne era la formula vivente. Mentre gl'Israeliti strisciavano come istrioni o cortigiani o buffoni ai piedi di tutti i nemici e di tutti i potenti, mentre vendevano ai rigattieri dei popoli e delle coscienze il loro diritto di vivere, o come una donna che si vende si prostituivano per vanità o leggerezza, T. Herzl ci aveva segnato il cammino della vita, dell'onore, della dignità individuale e collettiva. Ed aveva annunziato ai popoli, ai Re ed alla storia la nostra resurrezione. Da quanti secoli non compariva più nella storia la voce della nazione ebraica? La nazione ebraica aveva cessato di vivere e di parlare dal giorno che Tito, il delizioso imperatore della leggenda cortigiana, aveva assistito, tremando, alla nostra agonia lunga e terribile e aveva visto ardere col Tempio di Gerusalemme l'indipendenza d'Israele. Dal 70 dell'E. V. la nazione aveva dormito un sonno di morte. La storia aveva visto passare ebrei grandi e piccoli, ma sempre ebrei solitari: piccoli nuclei di esuli che attraversavano il mondo come un branco di pecore fuggenti [pg 8] per i lupi affamati di carne e di sangue; — la storia aveva inteso, nell'aria scura dei Ghetti, cantare la nostalgia della patria lontana, sorrisa dalle memorie secolari, dalle palme e dal sole d'Oriente; aveva visto filosofi riprendere le eterne pagine d'Israele per confortarne i Ghetti, la dignità del popolo e la civiltà; il sogno del ritorno aveva innamorato filosofi e poeti, i quali l'accarezzarono però come s'accarezza un'apparizione, più colla fantasia e col desiderio, che colla volontà e coll'opera, sognando; ma questo insorgere della volontà collettiva, unanime per un'opera di resurrezione nazionale, per affrettare, non colle preghiere sole, non colla poesia sola, non con quella mistica voluttà di desiderio che deve morire con chi n'è arso, ma con lo sforzo immane, titanico di chi vuol incatenare il fantasma, di chi vuol giungere a toccare il punto, a realizzare il sogno, ad incarnare la visione, — questa, o fratelli, è creazione nuova audace di Teodoro Herzl. Alla fine del secolo XIX il mondo ha inteso la voce della nazione ebraica, animata nelle sue carni addormentate, dopo ch'essa si rassegnava a passare dal sonno alla morte.
E questa resurrezione l'ha compiuta un giovane a cui la letteratura, il giornalismo, il teatro, la vita dell'Europa cosmopolita, i salotti eleganti di Parigi e di Vienna promettevano tutte le dolcezze; un giovane bello e libero, fervido di giovinezza e d'ingegno, che non aveva bisogno di gridare al mondo: guardatemi, voi non mi conoscete, io sono ebreo; guardate, io son fratello dei pezzenti di Polonia e di Russia; nelle mie vene scorre il sangue delle folle [pg 9] oscure che l'Europa calpesta e caccia; io potrei gioire, io potrei trionfare, ma preferisco combattere; nessun antisemitismo forse potrebbe sbarrare il cammino al mio ingegno, alla mia bellezza, alla mia energia; ebbene, io lo sfido, io l'offendo. Io voglio una cosa singolare: io voglio soffrire per la libertà dei miei fratelli; nessuna gioia, nessuna altezza sarà per me così dolce come i dolori e le lotte e le ferite da cui le mie carni saran lacerate nel combattimento duro; io voglio conoscere tutte le miserie dei miei fratelli, io voglio piangere tutti i loro pianti, io voglio soffrire tutte le loro torture e lacrimare per tutti i loro sogni; io voglio una cosa che mi consumerà la vita.
E quel giovane a cui sorridevano i salotti di Parigi e di Vienna, i teatri e la stampa coi loro fascini irresistibili; quel giovane bello di tutte le bellezze e forte di tutte le energie, volle servire i pezzenti d'Israele ed asciugare le loro lacrime.
Voi dovete immaginare che lavoro mortale, affannoso, immane dovesse opprimere i nervi di quest'uomo per circa dieci anni, se pensate che Egli ha creato un mondo dal nulla, anzi dalla morte; se pensate che questo mondo che prima non esisteva, ha resistito poi a tutte le valanghe; se pensate che l'idea di Teodoro Herzl è penetrata dappertutto: dal Canada al Capo di Buona Speranza, dall'Australia alla Francia; che ha generato poeti e romanzieri, commediografi e sociologhi; che ha seminato di giornali e di Università tutto il mondo; che ha rinnovato una lingua e ne ha vivificato lo spirito; che è stata [pg 10] salutata da ministri e da diplomatici, da pensatori e da Monarchi; che in sette anni, dopo sei Congressi, il popolo giudaico, ch'era un'espressione storica, un articolo da Museo archeologico od una mummia, è diventato un organismo vivo. Qual Re o qual poeta o quale agitatore ha operato un miracolo così grande in un periodo così breve?
Chi ha immolato se stesso, di giorno e di notte, assiduamente, senza ambizioni, senza speranza di gloria, con un ardore sovrumano ed un amore femmineo, con una serenità angelica ed una fiducia immutabile, per gli altri, per i fratelli lontani ed ignoti, per i fratelli che non sanno chi siete e che forse non vi credono o vi ridono? E chi è morto mai lasciando nel mondo tanto fiore di speranze recise, tanta messe di sogni caduti?
Oh lo strazio che deve aver torturato il cervello di quest'eroe sul letto di morte!