Farotti ben di me volere scemo:
son Guido Guinizzelli, e già mi purgo
per ben dolermi prima cha lo stremo».
Quali ne la tristizia di Ligurgo
si fer due figli a riveder la madre,
tal mi fec io, ma non a tanto insurgo,
quand io odo nomar sé stesso il padre
mio e de li altri miei miglior che mai
rime damore usar dolci e leggiadre;
e sanza udire e dir pensoso andai
lunga fïata rimirando lui,
né, per lo foco, in là più mappressai.
Poi che di riguardar pasciuto fui,
tutto moffersi pronto al suo servigio
con laffermar che fa credere altrui.
Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,
per quel chi odo, in me, e tanto chiaro,
che Letè nol può tòrre né far bigio.
Ma se le tue parole or ver giuraro,
dimmi che è cagion per che dimostri
nel dire e nel guardar davermi caro».
E io a lui: «Li dolci detti vostri,
che, quanto durerà luso moderno,
faranno cari ancora i loro incostri».
«O frate», disse, «questi chio ti cerno
col dito», e additò un spirto innanzi,
«fu miglior fabbro del parlar materno.
Versi damore e prose di romanzi
soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
che quel di Lemosì credon chavanzi.