Allora il mio segnor, quasi ammirando,
«Menane», disse, «dunque là ’ve dici
ch’aver si può diletto dimorando».

Poco allungati c’eravam di lici,
quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo,
a guisa che i vallon li sceman quici.

«Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo
dove la costa face di sé grembo;
e là il novo giorno attenderemo».

Tra erto e piano era un sentiero schembo,
che ne condusse in fianco de la lacca,
là dove più ch’a mezzo muore il lembo.

Oro e argento fine, cocco e biacca,
indaco, legno lucido e sereno,
fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,

da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno
posti, ciascun saria di color vinto,
come dal suo maggiore è vinto il meno.

Non avea pur natura ivi dipinto,
ma di soavità di mille odori
vi facea uno incognito e indistinto.

‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori
quindi seder cantando anime vidi,
che per la valle non parean di fuori.

«Prima che ’l poco sole omai s’annidi»,
cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti,
«tra color non vogliate ch’io vi guidi.

Di questo balzo meglio li atti e ’ volti
conoscerete voi di tutti quanti,
che ne la lama giù tra essi accolti.