Quando lanima mia tornò di fori
a le cose che son fuor di lei vere,
io riconobbi i miei non falsi errori.
Lo duca mio, che mi potea vedere
far sì com om che dal sonno si slega,
disse: «Che hai che non ti puoi tenere,
ma se venuto più che mezza lega
velando li occhi e con le gambe avvolte,
a guisa di cui vino o sonno piega?».
«O dolce padre mio, se tu mascolte,
io ti dirò», diss io, «ciò che mapparve
quando le gambe mi furon sì tolte».
Ed ei: «Se tu avessi cento larve
sovra la faccia, non mi sarian chiuse
le tue cogitazion, quantunque parve.
Ciò che vedesti fu perché non scuse
daprir lo core a lacque de la pace
che da letterno fonte son diffuse.
Non dimandai Che hai? per quel che face
chi guarda pur con locchio che non vede,
quando disanimato il corpo giace;
ma dimandai per darti forza al piede:
così frugar conviensi i pigri, lenti
ad usar lor vigilia quando riede».
Noi andavam per lo vespero, attenti
oltre quanto potean li occhi allungarsi
contra i raggi serotini e lucenti.
Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
verso di noi come la notte oscuro;
né da quello era loco da cansarsi.