Che si movea d’amoroso tesoro;
Ond’io pover dimoro
In guisa, che di dir mi vien dottanza.
Sì che, volendo far come coloro,
Che per vergogna celan lor mancanza,
Di fuor mostro allegranza,
E dentro dallo cor mi struggo e ploro.
Questo sonetto ha due parti principali: che nella prima intendo chiamare i fedeli d’Amore per quelle parole di Jeremia profeta: O vos omnes, qui transitis per viam, attendite et videte, si est dolor sicut dolor meus; e pregare che mi sofferino d’udire. Nella seconda narro là ove Amore m’avea posto, con altro intendimento che l’estreme parti del Sonetto non mostrano: e dico ciò che io ho perduto. La seconda parte comincia quivi: Amor non già.
Appresso il partire di questa gentil donna, fu piacere del Signore degli angeli di chiamare alla sua gloria una donna giovane e di gentile aspetto molto, la quale fu assai graziosa in questa sopraddetta cittade; lo cui corpo io vidi giacere senza anima in mezzo di molte donne, le quali piangeano assai pietosamente. Allora, ricordandomi che già l’aveva veduta fare compagnia a quella gentilissima, non potei sostenere alquante lagrime; anzi piangendo mi proposi di dire alquante parole della sua morte in guiderdone di ciò, che alcuna fiata l’avea veduta con la mia donna. E di ciò toccai alcuna cosa nell’ultima parte delle parole che io ne dissi, siccome appare manifestamente a chi le ’ntende: e dissi allora questi due Sonetti, dei quali comincia il primo: Piangete amanti; il secondo: Morte villana.