Forse a questo suo modo di comprendere e di fare non fu estraneo l’ambiente nel quale si sviluppò e crebbe la sua giovinezza. Forse il pensiero e l’opera di Dante Gabriele Rossetti sono un risultato di più, fra i tanti meravigliosi, della lotta per il risorgimento italiano.
A Londra, nella casa del padre suo — l’esule poeta vastese — s’incontravano i profughi italiani, i fuggiti al capestro o alla galera del Borbone e dell’Austria, e chi sa quante volte correva e ricorreva su le labbra di quei forti, destinati a vivere nel paese umido e nebbioso, il nome della terra ricca di sole e di fiori. E chi sa quante volte sonò alle orecchie del giovine il nome di Dante, benedetto come quello di colui che, primo, aveva detto all’Italia la parola della sua libertà nazionale.
W. M. Rossetti, il fratello del poeta-pittore, ha in un suo libro[2] un capitolo, ove appunto egli descrive gli italiani che frequentavano la casa paterna, e ne accenna le discussioni più frequenti, le speranze, gli entusiasmi, gli scoraggiamenti; tutta la vita di uomini che hanno dato tutto il proprio essere ad un ideale, per quello solo vivono e solo in quello sperano. E frequentissime dovevano essere le discussioni su l’Alighieri, poichè, già prima che Dante Gabriele nascesse, il padre suo aveva pubblicato un’edizione in due volumi dell’«Inferno», nel commento del quale s’annunziava già la teoria che egli avrebbe difesa più tardi, compendiando, e poi avanzando molto nell’audacia delle affermazioni, il Filelfo, il Perez, ed il Biscioni.
Forse le teoriche del padre su gli intendimenti nascosti dell’Alighieri — teoriche espresse e difese con grande copia di erudizione nei libri «Dello spirito antipapale», «L’amore Platonico», «La Beatrice di Dante» — non ebbero grande influsso sul pensiero del figlio. Nessuna traccia si riscontra, nel lavoro di Dante Gabriele, delle idee del padre pubblicate nel 1832, nel ’40, nel ’42; ma certamente tutto l’insieme dell’ambiente italiano agì su di lui; egli sentì il profondo sentimento vivo dell’Alighieri, la passione di lui lo infiammò; egli riuscì ad immedesimarsi tanto l’opera del Divino che nel 1849 già gli era nata nella mente l’idea d’illustrare l’amoroso pensiero di Dante.
Di questa epoca è il primo bozzetto del quadro «Dante sorpreso a disegnare un angelo»; dell’anno di poi è il primo schizzo del «Saluto di Beatrice». D. G. Rossetti aveva allora ventun anni.
In quest’anno, 1850, intorno al Nostro, a Holman Hunt e a John Everett Millais — i primi tre P. R. B.[3] — si scatenò la tempesta degli Accademici.
I tre l’avevano provocata esponendo, il Rossetti «L’Annunciazione», l’Hunt «I Missionari cristiani in Bretagna», e il Millais «La bottega del falegname».
Erano tre giovani artisti che cercavano di fare bello e bene, e furono presi per tre missionari cattolici. La critica che allora fece tremare le vene e i polsi dei tre giovani, fa sorridere oggi per la sua puerile ostilità; allora parve avere il sopravvento su loro. Ma dovette tacere, il giorno che la ostinata perseveranza dei tre, cui si erano aggiunti altri meno di loro valenti, non però meno volenterosi[4], richiamò su loro l’attenzione di John Ruskin, e questi scese nell’arringo difendendone, con tutta la foga del suo temperamento e tutta la maestria della sua arte, i tentativi, le intenzioni e il lavoro.
E da quel momento essi continuarono infaticabili l’opera loro fino che un giorno, ad un bivio della via, si divisero: il Rossetti per farsi più grande, l’Hunt per proseguire nella via che fino dal primo giorno erasi tracciata, il Millais per rivelarsi minore di sè stesso.
Nel «Giornale» dei Preraffaellisti — regolarmente tenuto da W. M. Rossetti, che, essendo critico d’arte era il segretario del gruppo — trovo notate dal sabato 23 al sabato 29 (1853) queste parole: «Egli (Gabriele) è ora ripreso dall’idea di pubblicare la sua edizione della Vita Nova corretta ed illustrata». Infatti questa traduzione, cominciata nel 1847 e terminata nel 1849, uscì nel 1861 col titolo «Early Italian Poets». Questa sua traduzione, alla quale il fratello Guglielmo pose mano per alcuni dei brani di prosa, è riconosciuta come la più perfetta traduzione inglese dell’opera giovanile del nostro massimo poeta, e le fanno degna compagnia le altre traduzioni dei primitivi poeti italiani che da Folcacchiero de’ Folcacchieri (1170), vanno a Franco Sacchetti, della fine del 1300.