Appresso la nuova trasfigurazione mi giunse un pensamento forte, lo quale poco si partìa da me; anzi continuamente mi riprendea, ed era di cotale ragionamento meco: «Poscia che tu pervieni a così schernevole vista quando tu se’ presso di questa donna, perchè pur cerchi di veder lei? Ecco che se tu fossi domandato da lei, che avresti tu da rispondere? ponendo che tu avessi libera ciascuna tua virtude, in quanto tu le rispondessi». Ed a questo rispondea un altro umile pensiero, e dicea: «Se io non perdessi le mie virtudi, e fossi libero tanto ch’io potessi rispondere, io le direi, che sì tosto com’io imagino la sua mirabil bellezza, sì tosto mi giugne un desiderio di vederla, lo quale è di tanta virtude, che uccide e distrugge nella mia memoria ciò che contra lui si potesse levare; e però non mi ritraggono le passate passioni di cercare la veduta di costei». Ond’io, mosso da cotali pensamenti, proposi di dire certe parole, nelle quali, scusandomi a lei di cotal riprensione, ponessi anche di quello che mi addiviene presso di lei; e dissi questo Sonetto:

Ciò che m’incontra, nella mente more

Quando vegno a veder voi, bella gioia,

E quand’io vi son presso, sento Amore,

Che dice: Fuggi, se ’l perir t’è noia.

Lo viso mostra lo color del core,

Che, tramortendo, dovunque s’appoia;

E per l’ebrïetà del gran tremore

Le pietre par che gridin: Moia, moia.

Peccato face chi allor mi vide,