Chè quando Amor sì presso a voi mi trova,
Prende baldanza e tanta sicurtate,
Ch’el fier tra’ mïei Spirti paurosi,
E quale uccide, e qual pinge di fuora,
Sì ch’ei solo rimane a veder vui;
Ond’io mi cangio in figura d’altrui;
Ma non sì, ch’io non senta bene allora
Gli guai degli scacciati tormentosi.
Questo Sonetto non divido io in parti, perchè la divisione non si fa se non per aprire la sentenzia della cosa divisa: onde, conciossiacosa che, per la ragionata cagione, assai sia manifesto, non ha mestieri di divisione. Vero è che tra le parole, ove si manifesta la cagione di questo Sonetto, si trovano dubbiose parole; cioè quando dico ch’Amore uccide tutti i miei Spiriti, e li visivi rimangono in vita, salvo che fuori degli strumenti loro. E questo dubbio è impossibile a solvere a chi non fosse in simile grado fedele d’Amore; ed a coloro che vi sono, è manifesto ciò che solverebbe le dubitose parole: e però non è bene a me dichiarare cotale dubitazione, acciò che lo mio parlare sarebbe indarno, ovvero di soperchio.