E’ fa peccato chi mai ne conforta,

Chè nel suo pianto l’udimmo parlare.

Ella ha nel viso la pietà sì scorta,

Che qual l’avesse voluta mirare,

Sarebbe innanzi a lei piangendo morta.

Questo Sonetto ha quattro parti, secondo che quattro modi di parlare ebbero in loro le donne per cui rispondo. E però che di sopra sono assai manifesti, non m’intrametto di narrare la sentenzia delle parti, e però le distinguo solamente. La seconda comincia quivi: Deh! perchè piangi tu; la terza: Lascia piangere a noi; la quarta; Ella ha nel viso.

Appresso ciò per pochi dì, avvenne che in alcuna parte della mia persona mi giunse una dolorosa infermitade, ond’io continuamente soffersi per nove dì amarissima pena; la quale mi condusse a tanta debolezza, che mi convenia stare come coloro, i quali non si possono movere. Io dico che nel nono giorno sentendomi dolore quasi intollerabilemente, a me giunse uno pensiero, il quale era della mia donna. E quando ebbi pensato alquanto di lei, e io ritornai pensando alla mia deboletta vita; e veggendo come leggiero era lo suo durare, ancora che sana fosse, cominciai a piangere fra me stesso di tanta miseria. Onde sospirando forte, fra me medesimo dicea: «Di necessità conviene che la gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia». E però mi giunse uno sì forte smarrimento, ch’io chiusi gli occhi, e cominciai a travagliare come farnetica persona, e ad imaginare in questo modo: che nel cominciamento dell’errare che fece la mia fantasia, apparvero a me certi visi di donne scapigliate, che mi diceano: «Tu pur morrai». E poi, dopo queste donne, m’apparvero certi visi diversi ed orribili a vedere, i quali mi diceano: «Tu se’ morto». Così cominciando ad errare la mia fantasia, venni a quello, che io non sapea dov’io mi fossi; e veder mi parea donne andare scapigliate piangendo per la via, maravigliosamente triste; e pareami vedere il sole oscurare sì, che le stelle si mostravano d’un colore, che mi facea giudicare che piangessero: e parevami che gli uccelli volando cadessero morti, e che fossero grandissimi terremoti. E maravigliandomi in cotale fantasia, e paventando assai, imaginai alcuno amico che mi venisse a dire: «Or non sai? la tua mirabile donna è partita di questo secolo». Allora incominciai a piangere molto pietosamente; e non solamente piangea nella imaginazione, ma piangea con gli occhi bagnandoli di vere lagrime. Io imaginava di guardare verso il cielo, e pareami vedere moltitudine di angeli, i quali tornassero in suso ed avessero dinanzi da loro una nebuletta bianchissima: e pareami che questi angeli cantassero gloriosamente; e le parole del loro canto mi parea udire che fossero queste: Osanna in excelsis; ed altro non mi parea udire. Allora mi parea che il cuore, ov’era tanto amore, mi dicesse: «Vero e certo è che la donna nostra morta giace». E per questo mi parea andare per vedere lo corpo, nel quale era stata quella nobilissima e beata anima. E fu sì forte la erronea fantasia, che mi mostrò questa donna morta: e pareami che donne la coprissero, cioè la sua testa, con un bianco velo; e pareami che la sua faccia avesse tanto aspetto d’umiltade che parea dicesse: «Io sono a vedere lo principio della pace». In questa imaginazione mi giunse tanta umiltade per veder lei, che io chiamava la Morte, e dicea: «Dolcissima Morte, vieni a me, e non m’esser villana: però che tu dei esser fatta gentile: in tal parte se’ stata! or vieni a me che molto ti desidero: tu ’l vedi, ch’io porto già lo tuo colore». E quando io avea veduti compiere tutti i dolorosi mestieri, che alle corpora de’ morti s’usano di fare, mi parea tornare nella mia camera, e quivi mi parea guardare verso il cielo; e sì forte era la mia imaginazione, che piangendo cominciai a dire con vera voce: «O anima bellissima, com’è beato colui che ti vede!». E dicendo queste parole con doloroso singulto di pianto, e chiamando la Morte che venisse a me, una donna giovane e gentile, la quale era lungo il mio letto, credendo che il mio piangere e le mie parole fossero lamento per lo dolore della mia infermità, con grande paura cominciò a piangere. Onde altre donne, che per la camera erano, s’accorsero di me che io piangeva per lo pianto che vedeano fare a questa: onde facendo lei partire da me, la quale era meco di propinquissima sanguinità congiunta, elle si trassero verso me per isvegliarmi, credendo che io sognassi, e diceanmi: «Non dormir più, e non ti sconfortare». E parlandomi così, allora cessò la forte fantasia entro quel punto ch’io volea dire: «O Beatrice, benedetta sii tu!». E già detto avea: «O Beatrice», quando riscotendomi apersi gli occhi, e vidi ch’io era ingannato; e con tutto ch’io chiamassi questo nome, la mia voce era sì rotta dal singulto del piangere, che queste donne non mi poterono intendere. Ed avvegna che io mi vergognassi molto, tuttavia per alcuno ammonimento d’amore mi rivolsi loro. E quando mi videro, cominciaro a dire: «Questi par morto»; e a dir fra loro: «Procuriam di confortarlo»; onde molte parole mi diceano da confortarmi, e talora mi domandavano di che io avessi avuto paura. Ond’io essendo alquanto riconfortato, e conosciuto lo fallace imaginare, risposi loro: «Io vi dirò quello che io ho avuto». Allora cominciai dal principio, e fino alla fine dissi loro quello che veduto avea, tacendo il nome di questa gentilissima. Onde io poi, sanato di questa infermità, proposi di dir parole di questo che m’era avvenuto, però che mi parea che fosse amorosa cosa a udire; e dissi questa Canzone:

Donna pietosa e di novella etate,