Quando la donna mia

Fu giunta dalla sua crudelitate:

Perchè il piacere della sua beltate,

Partendo sè dalla nostra veduta,

Divenne spirital bellezza grande,

Che per lo cielo spande

Luce d’amor, che gli angeli saluta,

E lo intelletto loro alto e sottile

Face maravigliar; tanto è gentile!

In quel giorno, nel quale si compiva l’anno che questa donna era fatta de’ cittadini di vita eterna, io mi sedea in parte, nella quale ricordandomi di lei, disegnava un angelo sopra certe tavolette: e mentre io ’l disegnava, volsi gli occhi e vidi lungo me uomini, a’ quali si conveniva di fare onore. E’ riguardavano quello ch’io facea, e secondo che mi fu detto poi, egli erano stati già alquanto, anzi che io me n’accorgessi. Quando li vidi, mi levai, e salutando loro dissi: «Altri era testè meco, e perciò pensava». Onde partiti costoro, ritornaimi alla mia opera, cioè del disegnare figure d’angeli. Facendo ciò, mi venne un pensiero di dire parole per rima, quasi per annovale di lei, e scrivere a costoro, li quali erano venuti a me: e dissi allora questo Sonetto, che comincia: Era venuta, lo quale ha due cominciamenti; e però lo dividerò secondo l’uno e l’altro.