E voi crescete sì lor volontate,
Che della voglia si consuman tutti;
Ma lagrimar dinanzi a voi non sanno.
Io venni a tanto per la vista di questa donna, che li miei occhi si cominciaro a dilettare troppo di vederla; onde molte volte me ne crucciava nel mio cuore, ed aveamene per vile assai; e più volte bestemmiava la vanità degli occhi miei, e dicea loro nel mio pensiero: «Or voi solevate far piangere chi vedea la vostra dolorosa condizione, ed ora pare che vogliate dimenticarlo per questa donna che vi mira, che non mira voi se non in quanto le pesa della gloriosa donna di cui pianger solete; ma quanto far potete, fate; chè io ve la rimembrerò molto spesso, maledetti occhi: chè mai, se non dopo la morte, non dovrebbero le vostre lagrime esser ristate». E quando fra me medesimo così avea detto alli miei occhi, e li sospiri m’assalìano grandissimi ed angosciosi. Ed acciò che questa battaglia, che io avea meco, non rimanesse saputa pur dal misero che la sentìa, proposi di fare un Sonetto, e di comprendere in esso questa orribile condizione, e dissi questo che comincia: L’amaro lagrimar.
Il sonetto ha due parti: nella prima, parlo agli occhi miei, siccome parlava lo mio core in me medesimo; nella seconda, rimovo alcuna dubitazione, manifestando chi è che così parla; e comincia questa parte quivi: Così dice. Potrebbe bene ancora ricevere più divisioni, ma sariano indarno, però che è manifesto per la precedente ragione.
L’amaro lagrimar che voi faceste,
Occhi mïei, così lunga stagione,
Faceva lagrimar l’altre persone