Ho detto altrove[9] delle caratteristiche speciali all’acquarello inglese, e basterà qui che io accenni che la solidità del colorito, l’impasto frequente d’un colore su l’altro, dànno agli acquarelli dei maestri inglesi un carattere assolutamente diverso dal carattere cognito ed universale dell’acquarello. Bisogna bene conoscere e guardare attentamente per distinguere un acquarello da un quadro a olio; talvolta la sola cosa che li diversifica è, in quelli, l’assenza di lucido e la patina che è sempre in questi.

Un altro quadro, ove questa ardita teoria del colore è vittoriosamente praticata, è il «Saluto di Beatrice a Dante». È inspirato a quel brano della Vita Nova:

«E passando per una via volse gli occhi verso quella parte ove io ero molto pauroso e..... mi salutò virtuosamente tanto».

Anche in questo dipinto Dante è in rosso col soppanno scuro, Beatrice in bianco con risvolti azzurri, la gentildonna che la precede è in giallo, quella che la segue in rosso-bruno, cupo. Anche qui il Rossetti ha adoperato quella sua grande arte nella distribuzione dei colori, per cui una grande armonia, come un riposo dolce degli occhi, risulta dal guardare i suoi quadri. Questo suo lavoro incominciato nel 1858 fu terminato un anno di poi e ripetuto nel 1864.

Rossetti seguiva passo a passo la Vita Nova. Ogni fatto notevole, ogni incidente descritto dal Poeta inspira al Pittore una magnifica opera.

Io non so se l’impressione che fanno a me i quadri del Rossetti, sia personale o se sia pure comune a tutti quelli che conoscono l’opera di Dante e guardano i quadri del pittore inglese. Io trovo un profondo sentimento dantesco anche in quelle pitture che per spirito e per soggetto s’allontanano estremamente dal ciclo della Vita Nova e dagli altri quadri inspirati a fatti della Divina Commedia.

Nella «Lady Macbeth» io sento la terribile miseria della infelice che il rimorso strazia, e il «Out, damned spot! out, I say!»[10] magistralmente reso nel quadro di Rossetti, mi fa pensare ai maledetti che, nella morta gora, si stracciano le carni[11]; e nella «Maddalena», la suggestiva testa di Cristo che, da una finestra, l’affascina con lo sguardo intensamente profondo, mi fa pensare al sorriso di San Bernardo[12] incoraggiante Dante a volgere gli occhi in alto ed a pregare Maria.

Se io dovessi definire esattamente questa mia sensazione, o darne una ragione apparentemente plausibile, forse non saprei, o, forse, dovrei scendere a tale minuzia d’analisi psichica che la dimostrazione apparirebbe più oscura del fatto semplicemente enunciato; è innegabile però che quel senso misterioso e indefinibile che sgorga dall’opera dantesca e viene a soggiogare l’anima umana, emana anche dall’opera del Rossetti e c’è parentela perfetta fra la Gentildonna cantata e quella dipinta; c’è similitudine d’origine e di tipo nell’Amore che va in veste di pellegrino, e nell’Amore che scende dagli alti cieli, passando attraverso le stelle e gli astri maggiori che illuminano la terra.

Quella tendenza tutta sua e quella speciale caratteristica dell’anima trecentista del Rossetti, mirabilmente concorsero con le qualità pittoriche di lui a che l’opera sua fosse tale da integrare, in un’opera di grande sentimento e fattura, la grande opera del pensiero dantesco.

Un punto di contatto significantissimo nella vita e nella importanza dell’opera del Poeta e del Pittore unisce l’italiano e l’inglese. La loro è opera d’Amore. A più di cinque secoli di distanza il Pittore intende attraverso lo spazio la voce del Poeta, e parla con lui. Egli fa sua l’opera dell’innamorato garzone fiorentino, e di quell’opera, con l’opera sua, ci fa sentire tutto il profondo grandioso mistero. Dinanzi alla «Beata Beatrix» noi pensiamo che forse la Beatrice, il cui nome poteva stare solamente insieme al numero perfetto, fu un sogno, un mistero di più con misteriose parole raccontato ad anime d’iniziati, una delle quali rivisse cinquecento anni più tardi per parlarne ancora.