Alla bellezza del quadro contribuisce la bellezza dei tipi scelti a modello. In questo, egli seguiva veramente il metodo dei primitivi italiani e sono pochissime, in tutti i suoi quadri, le teste dipinte di invenzione o molto modificate da lui. Certo, in quasi tutti i suoi tipi v’ha quasi come una lontana rassomiglianza; un’aria di famiglia le ravvicina tutte e dipende dalla profonda intensità dello sguardo delle sue figure. I tratti generali, anzi il tipo, l’espressione, sono dei suoi modelli. Nè volle che fossero il primo modello venuto. Donne elette per intelligenza, coltura, carattere; bellissime donne, spose, figlie, sorelle d’amici suoi posarono per lui e gli offrirono il tipo delle sue Beatrici, della sua Maddalena, di tutte le sue donne; moltissimo si prestarono a ciò la signora Morris, la signora Stillmann, e sua moglie Elisabetta. In alcuni quadri le teste sono assolutamente ritratti, come quella meravigliosa della «Beata Beatrix» ritratto della sua Elisabetta.
Nel «Sogno di Dante» la signora Stillmann è, delle due donne che sorreggono il velo, quella a capo del letto, Miss Wilding è l’altra. La signora Morris è Beatrice.
C’era in lui, e nel suo carattere, molto dell’italiano. Dei figli di Gabriele Rossetti egli fu certamente il più italiano. Ma, fenomeno degno d’osservazione, egli fu un italiano medioevale.
I suoi più intimi pensieri, il suo modo di considerare i grandi misteri della vita, la sua perfetta indifferenza per le scoperte scientifiche non erano d’un uomo del nostro tempo.
Egli viveva col corpo nella nostra epoca, la sua anima era d’altri secoli. Per ciò, forse, egli potette tanto completamente immedesimarsi l’Alighieri; per ciò forse lo tentarono e lo fecero grande i misteri della Vita Nova, la passione ardente, il profondo amore, il mistico parlare del Fiorentino.
Mi sembra, talvolta, guardando il lavoro di lui, che esso non sia opera d’un moderno, ma sibbene d’un antico, contemporaneo di Giotto e dell’Orcagna per il sentimento, discepolo dei Maestri veneziani per il colorito, e maestro, vissuto ieri, di nuovi artisti che cercano nella via della vita e dell’arte un sentiero non ancora battuto; tanto è profonda la sua coscienza della vita antica, e tanto è perfetta l’opera della sua mano.
E probabilmente anche ciò si deve alla sua grande scrupolosità nel lavoro. Qualche volta rifaceva due o tre volte il bozzetto d’un quadro; e gli studi erano, da lui, condotti a termine con tale perfezione che rimanevano, di per sè stessi, un quadro. Del «Dante sorpreso a disegnare un angelo» vi sono due bozzetti; due del «Sogno di Dante»; due del «Saluto di Beatrice». Gli studi separati per il «Sogno di Dante» e per la «Donna della finestra» sono numerosissimi. È facile quindi comprendere come egli, dotato di quel vasto genio, potesse poi riuscire perfetto.
Egli aveva una teoria particolare del colorito. Per lui, diversamente dalla opinione della generalità dei pittori, la giusta posizione del verde e del bleu doveva risultare in un ottimo effetto all’occhio dello spettatore. Questa teoria, dinanzi alla quale uno meno ardito avrebbe indietreggiato, fu messa in pratica da lui, e con un successo pari soltanto all’ardire, nel quadro «Beatrice nega il saluto a Dante»[8].
La sposa è in bianco, coronata di fiori d’arancio, e sta in un angolo del quadro, figura secondaria nella pittura, com’è una figura secondaria nello scritto di Dante.
Le figure principali, le donne e Beatrice, vestono abiti di lucentissimo verde e di oltremare. Dante è vestito di rosso ed ha il soppanno nero; la bambina, che porge i fiori, è vestita di giallo. Il quadro ha un’intonazione calda che fa sentire il sole ardente delle estati fiorentine. Ora il discordante insieme di queste luci e di questi colori è attenuato dalla grande arte del Rossetti, così che l’occhio si riposa in mezzo al quadro, su i colori meno ardenti di Beatrice e delle donne che l’accompagnano, dalle tonalità sfolgoranti del giallo, del rosso, del bianco che stanno alle estremità del quadro. Questo lavoro, l’acquarello nel quale il Rossetti ha riunito il più grande numero di figure, fu da lui terminato nel 1851 e ripetuto nel 1855-56, a olio, per l’amico suo John Ruskin.