Carattere essenziale di questi principi è la Universalità. Carattere principale, che presentano i comandamenti promulgati dal Sinai, poscia svolti dai legislatori e dai profeti, si è, che essi non si limitano soltanto a riguardare una famiglia, un popolo, ma sono un imperativo morale, sociale; si adattano ad ogni razza, ad ogni tempo; ed un carattere identico di universalità è impresso nella dichiarazione dei diritti dell'uomo, proclamati, prima nell'America, poscia in Parigi, ed essi sono l'eco e l'esplicazione sempre più larga e positiva, del Verbo mosaico.
[pg 23] Ora egli riesce facile ai retori e accademici, che stanno leggiferando placidamente e si perdono nelle minuzie e nelle sillabe, come i Farisei dell'antica legge, il criticare la dichiarazione dei Diritti dell'uomo, opponendo, secondo il sofisma di De Maistre, che l'uomo in astratto non esiste. Certo non esiste l'uomo in astratto, come non esiste nè l'albero, nè l'animale astratto e generale; ma la mente riassume i caratteri, le doti e qualità d'ognuno, e da questi si forma il concetto dell'albero e dell'animale e ne determina le leggi generali. Con un processo identico rileva i caratteri, i bisogni della parte fisica, morale del genere umano, e procede a determinarne i diritti e doveri, i quali abbracciano tutta la specie, e col tempo, il lavoro, il progredire di ogni razza, d'ogni popolo verranno ad informarsi in ciascuno, e potranno costituire per tal modo certa unità di leggi pel genere umano.
Questi principi generali, che i codici particolari verranno svolgendo d'età in età, di popolo in popolo per tradurli nella pratica sociale, corrispondevano all'antico ideale ebraico e che da concetto religioso si traduceva in legge e pratica sociale. Avvenne quindi, che alla proclamazione dei principi della Rivoluzione, l'Ebreo acquistò più viva la coscienza di sè stesso, vide in essi la riprova e la confermazione di quella fede religiosa sociale, che fu la sua forza durante i secoli e, diremmo, la ragione della sua durata.
Perciò allo scoppiare della Rivoluzione francese, noi assistiamo a questo fatto: mentre tutte le confessioni religiose in Europa la osteggiano e ne oppugnano i principi, le comunioni ebree, sparse in mezzo a tutte le nazioni, l'accolgono con entusiasmo, ne acclamano i principi; quella turba di bottegai, di mercatanti, di operai, dianzi umiliati, negletti, rispondono all'appello della Rivoluzione, si rialzano nella loro dignità d'uomo e di cittadino. Essi intuonano la Marsigliese, e molti Rabbini la traducono in lingua [pg 24] ebraica, o foggiano sopra quello altri inni patriotici per Israello. Nelle sinagoghe, all'inno nazionale francese risponde l'antico canto patriottico Ebraico «In exitu Israel de Ægypto» e l'antica liturgia di Francia e d'Italia aggiunge alle benedizioni all'Eterno, a' suoi patriarchi e profeti anche questa: «Benedetta la Rivoluzione, che proclama tutti gli uomini fratelli».
All'êra nuova, che si leva sull'Europa e sul mondo, sino dalla prima metà del secolo decimonono, corrisponde una vera Rinascenza israelitica. Questo popolo, che cancellato, avvilito da duemila anni, altri credeva chiuso nel suo sepolcro e spento, si rialzò nella forza della sua intelligenza e attività, ajuto, stimolo di vita e di progresso fra i suoi concittadini. Dopo quei giorni egli prende viva parte al movimento politico, economico, letterario, sociale di ogni nazione fra cui esso è disseminato. Soldato, egli combatte al fianco dei suoi concittadini a difesa della libertà, non solo in Francia, ma nei campi della Germania, della Polonia, dell'Ungheria, dell'Italia per rivendicare la indipendenza delle nazionalità fra cui è nato. Cospiratore, egli si affiglia alle diverse fratellanze secrete per combattere il despotismo e la reazione che tenta imporsi all'Europa.
Nello stesso tempo, pubblicista, letterato, artista, scienziato, industriale, economista, socialista, noi troviamo sempre e ovunque alcuni dei suoi a combattere le battaglie della libertà e del progresso. Questo subito risveglio di una razza, che omai si credeva esaurita ed estinta, od almeno straniera in quest'Europa nella quale viveva, non solo attesta la sua origine europea, meglio che il favoleggiato Arianismo, ma è sintomo dell'energia di cui è dotato, come fosse uno degli elementi più efficaci di progresso, ed il lievito nel mondo dei popoli, non che la sua superiorità. Perocchè è omai principio proclamato dalla scienza, che le specie inferiori, deboli, [pg 25] poco adatte all'ambiente e poco conformate per sostenere la concorrenza vitale, sono condannate a perire, quelle superiori finiscono per vincere nel combattimento per la vita, e perdurano.
Ma egli è puranco una legge penosa, che la vile moltitudine umana suole sempre essere invidiosa, sospettosa ed avversa ad ogni superiorità individuale o collettiva. Il super-uomo o la super-nazione sono per lo più invise e temute. Si colpiscono col pugnale, come avvenne a Cesare, o si avvelenano come Socrate. L'abbiamo pur veduto, sino dai tempi delle civiltà orientali, che l'Ebreo e l'Ebraismo, appena divengono una forza intellettuale e morale o politica, tutti i despotismi antichi, come le reazioni moderne, si associano e insurgono contro di lui per opprimerlo o sopprimerlo. Nei tempi antichi, quando l'Ebreo era ancora una forza collettiva o nazione, fu combattuto colle armi e cogli eserciti nei campi aperti; nelle, così dette, civiltà moderne, gli avversari non trovando intorno a sè che individualità o personalità più o meno superiori, mutarono la tattica, si pugnò alla spicciolata, si adottarono armi corte o avvelenate, si sono inventate accuse mostruose e calunnie, come quelle del sangue emunto ai bambini, si aprirono processi loschi con documenti falsi, testimoni compri. Sopra questi dati s'imposero ai giudici sentenze per condannare. Queste guerre aperte o velate, insidiose sempre, secondo i tempi, le circostanze, l'indole dei popoli, assunsero forme diverse. Ora, nel secolo decimonono, esse si appellano antisemitismo.
[VII. — Antisemitismo e Reazioni.]
Questa lue, che omai da quarant'anni, infetta l'Europa, non trae l'origine dalla scienza, come testè si volle [pg 26] insinuare[11]. La scienza è moderna, la tristizia umana è antica come la storia. La scienza educa, eleva, unisce; la superstizione, l'ignoranza vitupera, inacerbisce e scinde.
Tal peste serpeggia da secoli nel seno della Cristianità e per atavismo fatale, si alimenta e si trasmette, sotto forme diverse, dall'una in altra generazione.