[Ahasvero]

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[I.]

L'Olocausto eterno.

E l'età rea[17] non tramontata è ancora!

Mille passar sulla mia fronte indomita

Ed anni novecento, e ad ogni etade

Sul carro da rabbiosi lupi tratto

E luridi sciacalli, ed ogni giorno

Mi flagellar, più sempre imperversando,

Con dardi, con torture e spasmi atroci.

Ed io pur sempre in mio pensiero chiuso,

Qual dentro inoppugnabile fortezza,

Che per furror di torbini non crolla,

Sotto il talon del vil che mi calcava,

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Mi rialzava, in mia fè securo,

Più giovane e più forte. E fu mio sprezzo

A miei tiranni rabbia, a me vendetta.

*

* *

Or qui, nella ferale isola, sacra

Al nume loro, squallida, deserta

Da ogni consorzio umano, e tomba ai vivi,

Chiusa tra roccie e l'onde dell'averno,

Mi gettaro, e gravandomi di ferri,

Sussuraro con vil ghigno ferino:

«Dispera e muori».

Ed una vil plebaglia

Di briachi in cenci, di vendute lanze,

Di sicofanti a prezzo e di segugi,

Gavazzanti in bordelli ed in mercato,

Ove si vende e si baratta a prezzo

Giustizia e libertà, uomini e Dio,

Pur di bruttarmi d'odi e di calunie,

Ordita un'infernal trama nel buio,

Ghignando, ripetêr: «Dispera e muori.»

*

* *

E tu l'udisti, o mar che mi circondi,

E voi l'udiste, tormentate roccie,

Algide, algose; e tu l'udisti, o terra,

Che di miasmi pestilenti pregna,

Sotto i miei piè ti stendi e mi ravvolgi,

Qual funereo lenzuolo, — e non mi uccidi.

E voi, rupi, e voi, monti ancor l'udiste,

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Nè vi siete dai cardini divelti,

Tal ch'io sparissi, fra i rottami vostri,

Sepolto? E tu non ti levasti, o mare,

A denunziar l'empia calunia ai venti,

E i venti a piaggie, ad isole lontane;

Tal che, qual ripercosso suon sì spanda

Di cielo in cielo, e grïdi ad ogni popolo:

«Non grazia, non pietade, — ma giustizia.

« — Si regge sol per la giustizia il mondo».

*

* *

E qui tutto è silenzio. Anch'essi i venti

Posan su l'ale. E se pur han sussurri,

Quei sussurri si cangiano in singulti,

Ed il singulto in gemito, — e s'estingue:

Tomba non soffre che la turbi il pianto.

Cupa qui regna, faticosa, eterna,

Solitudine muta, — e mi domando:

Vivo od estinto io son? e questo loco

È bolgia di dannati o cimitero,

E bara, che le spoglie algide sface?

Cade pei vivi il sole, e doman sorge

Per essi ancor. Per me non v'ha domani.

Brancolo d'ombra in ombra, ed io pur ombra.

E pur, fra tanta tenebra che aghiaccia,

Tremulo un lume, — vagola, e una voce

Vibra, e mi scende in core. — E che? fia vero?

O non è questa, illusion de' sensi

Egri, fallaci? O non è vacua bolla,

Cui l'aria allarga, ed incolora, e rompe?

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Pur quel lume s'avanza. Pari a raggio,

Che dagli ultimi cieli giù calato,

I secoli e gli spazi valicando,

Dopo lungo cammin, la terra attinge,

A me s'appressa. Illumina la mente,

E penetra nel cuor. — È la parola

Degli arciavoli miei? Oh! parla, parla!

— «Assorgi, o imbelle, schiudi gli occhi e mira».

Ed una visïone a me s'apria.

[II.]

Le due visioni.

In mezzo a vasta, popolosa piazza

sorgeva un circo, e in mezzo al circo un rogo.

Turba d'uomini, donne, popolani,

S'affannano, da pio zelo sospinti,

A portare sugli omeri ricurvi

Rami stroncati, ed aride fascine.

E all'opra li sospingono i chiercuti

Monaci e sacerdoti, a ciò che sorga,

Degna del Dio d'amor, l'ampia catasta,

Che manda il reo fra demoni combusto.

Corrono intorno in lungo ordine, fila

Di palchi, di loggiati, da pomposi

Drappi coperti e adorni. In alto brilla

L'iberica corona, colla croce

Di quel Dio, che redime e che perdona.

Nella piazza, appo il circo, in ogni via,

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S'accalca e ondeggia rumorosa folla

D'ogni età, d'ogni sesso e d'ogni gente,

Qui ritta, colà incurva, qui prostesa,

Lì sui tetti erpicata e sulle torri,

Del promesso spettacolo in attesa.

Il Re, le dame, i prenci, i cavalieri

In ricche vesti seriche, dorate,

Assisi in aurei seggi, sorridenti,

Attendono che il sacro ludo s'apra.

Entran gli araldi, suonano le trombe;

Indi silenzio. — Avanzano gli attori.

Deh! Cesare dov'è?, fra me dicea,

Ove gli edili, i gladiatori? Donde

Le belve irromperranno in mezzo al circo,

I chiomati lioni, le pantere,

Che fean grandi e terribili le arene

Dell'Impero e di Roma? — L'età nuova

È mansueta e pia; dal sangue abborre,

Ed incruente è il rito. Lunghe fila,

Sacre a Maria, di vergine sorelle,

Procedean lenti e umili; indi il corteo

Di tonsurati, in tunica, osannando:

Il divin sacramento, i baldacchini,

Il gran Labaro, ondeggiano per l'aure,

Al lor passaggio, cadono le turbe

Inginocchiate, ed alle sacre laudi

Rispondon salmeggiando. In mezzo a questa

Santa milizia chiusa, taciturna

Schiera procede, con fronte dimessa,

Di vecchi, adulti, femmine e bambini.

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Han scalzi i piedi, nuda la persona,

Se non che le ravvolge un saio nero

Di fiamme e rossi demoni dipinto,

Che lor dal collo sino al piè discende.

Birri, aguzzini a lor stan stretti al fianco.

Chi pur s'indugia nel cammin dolente,

Col pungiglion, con uncinate verghe,

Il birro ad intimargli: «Avanza, avanza!»

Torta al collo una corda, e ciascun reca

Un cero acceso in mano.

Al circo giunti

Le madri spasimanti, che il bambino

Tengono stretto al sen, gli adulti, i figli

Che all'egro padre, all'avolo cadente

Reggono il passo, floride fanciulle,

Raggiante il volto di bellezza e vita,

Si collocàro al tetro rogo intorno.

Vider gli sgherri, che piantar le travi

Sulla catasta preparata; videro

Soffiar sul rogo, e cumular carboni

Di resina cosparsi; e i primi crepiti

Inteser delle legna arse, fumanti,

E gli urli delle plebi: «Al foco, al foco!»

Dagli sgherri le vittime sospinte

Furon cacciate entro la pira ardente;

Nel volto si guardar senza far motto.

Negro un lenzuol di fumo in pria gli avvolse,

Poi sugl'arsi carbon, gli aridi rovi

Serpeggiaron le fiamme, e crepitando,

Rosolavan le piante: Ed essi, ritti,

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Assorti in Lui, non dier crollo, nè lagno.

Poi divampando, vibrano le lingue

Di fuoco, crescon rapide, comburono

Le polpe, ne ghermiscon le ginocchia,

E quai branchi di vipere, con spire

Tortuose, s'avvolgono ai lor fianchi,

Succhiando carni ed ossa. In mezzo ai sibili

Dei venti, che fra vortici coruschi

Fischian sbattuti, pïetose voci

Emergon fuori e l'aure empion di lai:

«Dai profondi, Signore, dai profondi

A te clamo...»

e ricascon soffocate...

«Osanna, osanna», intuonano le turbe,

Ed i prelati, mentre che i lacerti,

Delle abbruciate vittime sul rogo,

Con roco tonfo, cascono disfatti.

La pira s'adimava: Tutta intorno

Taceva, allor che subito per l'aure

Correre udissi, misterioso, un grido.

«In te, Signore, in te, tutto m'immergo,

Teco m'accogli, — e sulla terra pace!»

Onde il flebile sorse grido eccelso?

Da quel mucchio di cenere e cadaveri

Che dal truce martir santificati

Già s'ergevano in alto? — o fu parola

Dal ciel discesa, verbo dell'Eterno,

Che dalla morte suscita la vita?

Echeggiò sulla piazza, — Come lampo,

Le menti rischiarando ottenebrate,

[pg 56]

Popolo e grandi scosse. Esterrefatti,

«Miserere, gridaro, miserere».

Poi caddero in ginocchio, — si segnaro...

I prelati riprendere tentarono

Le cantiche, gli osanna, — Niun rispose.

Di quà, di là, si spersero le turbe

Sgomente e silenziose. Ed io sentia,

Sentia per l'aure, qual dall'ampie arcate

Del Tempio, allor che il divo sagrifizio

Dell'ostia consacrata si rinnova,

Si confondon più note in un concento,

Qual s'uniscon più raggi in una luce,

Così quei salmi, gemiti e preghiere

Poggiando in alto, a sfere ognor più pure,

S'ergean, congiunte in un sol inno, in Dio.

*

* *

La visïone sparve.

In me raccolto

Stava pensoso ed atterrito, — quando

Una voce degli avoli, che intorno

M'alleggiavan pietosi, — mi riscosse;

«Sorgi, tuonò: L'istoria eterna è questa.

Apri gli sguardi della mente, — e mira...»

Novella visione a me si schiuse.

*

* *

Era in Sion, — sul monte di Morìa,

Nel cortile del Tempio. — A me di fronte

S'ergeano ancora, come ai tempi antichi,

[pg 57]

Iachim e Boas, le mistiche colonne;

E spaziava in mezzo a lor tuttora

Il vasto mar di bronzo, — e presso al mare,

A modo dell'altar del sagrifizio,

S'alzava un'arca.

E su di lei che vidi?

Stava sull'ara steso un gran vegliardo;

Bianca e lunga la barba, giù dal mento

Sino a terra scendeva, — quai viticci

Attortigliati d'edera, girava

Intorno all'arca, — e tutta la copria;

Aspre catene aveva al collo attorte,

E dal collo pendenti, ai fianchi, ai piedi,

Tenevan la persona immobilmente

Al duro marmo e alle pareti avvinta.

Avea quel veglio ambo le braccia stese,

L'una ver l'ostro e l'altra ver l'occaso,

Sì che 'l capo, e il tronco, e le due braccia,

Porgean l'immago di vivente croce.

Tutto era buio. — Ma dagli occhi suoi

Partiva ad ora ad or luce sì fulgida

Che, qual di notte subito baleno,

Tempio, cortile, altare illuminava.

Io stavo fisso in esso con arcano

Senso d'affetto e di pietà, — quand'ecco,

Con subito fragor, si spalancaro

Le porte del vestibolo, ed irruppe

Un guerrier. Avea d'elmo sfolgorante,

Con l'aquila imperiale, il capo cinto,

E brandendo l'acciar s'appressa all'ara;

[pg 58]

Sul vegliardo calatolo, ne fende

Il destro braccio, — e ne sega le vene:

Caldo proruppe il sangue, — e qual fiumana

Gorgogliando, — giù scese dal Morìa.

Poi crebbe nel cammin, s'aprì in torrente,

Pei colli dilagando e piani aperti,

Ovunque di quell'onda fecondante

Passa il tesoro, — germina la terra.

Scorre sul Morto Mar, di messe ondeggia;

Si stende sul deserto, e l'arse sabbie

Fioriscono qual rosa, e nel suo corso

È tutto moto e vita.

Un altro ignoto

Penetra nel vestibolo del Tempio;

Tacito e cauto sguiscia appo l'altare:

A la sembianza appar faccia d'uom giusto,

Maestoso è l'aspetto; L'Efod sacro

Ed il pontifical paludamento

Crescon decoro a quell'aspetto augusto.

S'appressa all'ara... Tien dentro le pieghe

Della vesta, un pugnal nudo celato,

L'afferra, — e ratto nel sinistro braccio

Della vittima eterna, sino all'elsa,

Tre volte e tre lo immerge. — Sprizza il sangue,

Del sacerdote sopra il volto balza,

Tocca appena quel volto, si trasforma

In fiele ed in veleno. Egli compreso

Da subito terror, fugge, si asconde

Nei velami dell'ara. Il sangue scorre

Dall'arca nel cortile, — e dal cortile

[pg 59]

All'occaso si spande, a flutti, a fiume,

E si scava una foce, scende al mare,

Sposando le spumanti onde vermiglie

Al vivo azzurreggiar dell'Oceàno,

Lontane isole attinge e continenti;

E cittadi obliate e città spente,

Scote, ridesta, suscita alla vita.

Altre non note scopre, — e splenderanno

Faro di luce e libertade al mondo.

*

* *

E già la mente mia correr sentiva

Il soffio animator dell'aspettata

Aura primaveril, che farà sgombri

Di pregiudizi i popoli venturi...

Quand'ecco giù, lontan, cupo, un sussurro,

Strepito d'orgie, d'ululi, minaccie,

D'armi di guerra. — Una perduta gente

Di sicari, di sgherri, di lenoni,

Da postriboli uscita e da taverne;

Un'accozzaglia senza onor, nè fede,

Di sacerdoti e nobili impinguati

Per furto, per mendacio, per versato

Nella guerra civil sangue fraterno,

Or stretti in lega insiem, per opre infami,

Irrupper nel vestibolo del Tempio.

Di leve, picche, di pugnali armati

Nè scardinar le mistiche colonne,

Sul veglio s'avventar, imbavagliarlo

Tentaro, e soffocarne entro le fauci

[pg 60]

La parola, il sospir, sì ch'ei si spenga

Senza traccia lasciar sopra la terra,

Sdegnoso li guardava e non moriva:

E raddoppiar gli strazi e le torture...

Ed ei sereno e fiero, — non moriva.

Anzi più forte per crescente vita...

Fatti allor più furenti, altri supplizi

Inventar contro il veglio intemerato;

Avventar sozza e lurida canaglia,

Che di rapine cupida e di sangue

Accaneggiaro con sacrileghe arti

Di mendacie e calunnie. A lapidarlo

Si dier furenti in cenere converse

Abbandonarne poi le membra ai venti.

Allor, siccome suol igne compresso

Nei convulsi crateri, spalancossi

La terra, e le colonne svelte e l'arca

Col veglio, entro gl'aperti gorghi accolse

Nel sen materno, e li coprì pietosa...

Colà staranno, inviolati, sino

Che il giorno atteso spunti, — e la parola

Smarrita si ritrovi, — e splenda alfine,[18]

Messaggiera d'amor, di pace, ai mondi...

«E tu, dubiti, imbelle? — Sorgi e spera!»

[pg 61]