[III.]
Grido d'Ambascia.
Sperar! Sperare ancora? E che giovommi
Stancare, logorar le mie pupille,
La tua luce cercando? Che mi valse,
Le notti, i dì, scrutar le tue parole,
Nei libri tuoi, nel ciel, nell'universo?
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Che la vita incolpabile? Che valse
Di te, di te lo spirto sitibondo,
Adorarti, cercarti, e le mie carni
Macerar nei digiuni e nei flagelli?
A te, per tante etadi, supplichevole
Prostendere le mani? — E tu, silente...
E ricadevan sempre le preghiere
Ai piedi miei, qual foglie inaridite
Che disperdono i venti. Te cercai
Nella gloria e splendor dell'universo,
E tu, nel manto di tue glorie avvolto,
Impassibile, muto. All'uom mi volsi;
Che mi diè l'uomo? Secoli d'ambascie,
Cruenti orgogli, errori, odio e delitti.
La terra, il cielo, sono immersi ancora
Nell'antico caosse. Atro l'abisso
All'abisso risponde, — il nulla al nulla:
A me Calvario è il mondo. Sulla croce,
Come olocausto eterno, io son confitto;
Da mille etàdi, flagellato, io clamo
Invocando giustizia... E che risponde
La terra e il ciel? M'irridono le genti,
E la giustizia han qui con me sepolta.
«Perchè, per chi tu t'immolasti, o Cristo?»
[pg 63]
[IV.]
Nemesi!
Così parlava il prigioniero, stretto
In catene, nell'Isola del Diavolo.
E lo sfurìar dei turbini fuggenti,
Rifischiando dall'una all'altre roccie,
Tra gli alberi sbattuti, e forre ed antri,
Disperdevano i gridi e le preghiere
Del solitario inascoltato. L'eco,
Messeggiera del ciel, ne accolse il grido,
Consegnandolo ai venti, — e i venti al mare,
E il mar, coi larghi, impetuosi flutti
A le correnti, e queste, che solcavano
L'ampio per gli ocean cammin segnato,
Le portavan, coi suoni ripercossi
Dei marosi, dall'una all'altra sponda,
Con voci ognor crescenti. Sì chè pari
Al tuon che, al dì nuovissimo, riscuota
I morti dal sepolcro, ad ogni gente
L'alto dolor gridava e il gran misfatto,
Tal ch'a pietade i popoli commossi
Invochino giustizia. — E ripeteva
Il mar sonante al cielo, all'Universo:
«E tu perchè, per chi moristi, o Cristo?»
Note
| [1] | Il nome di Pierre Leroux è abbastanza noto per le opere da lui pubblicate. Lo è meno quello di Charles Fauvety, morto a Asnières, l'11 febbraio 1894 all'età di 80 anni, circondato dall'affetto di tutti i cittadini. Scrittore elegante e profondo, era modestissimo. Non scriveva per vaghezza di rinomanza e di popolarità, ma per propagare le sue idee. Era l'apostolo del pensiero; faceva il bene pel bene. Filosofo spiritualista d'alto valore intellettuale e morale, apparteneva alla scuola socialista, che prevalse in Francia dal 1832 al 1851, la quale non mirava solo alle questioni materiali, al ventre, come il Socialismo attuale, ma si preoccupava sopratutto a formare l'uomo morale: Scuola, che fu via via rappresentata dal Phalanstere, la Phalange, la Democratie pacifique, fondò Le rappresentant du Peuple poi la Voix du Peuple e altri giornali. Collaborò coi suoi amici Michelet, Renouvier, l'Abbé Constant, Erdan in varie riviste, fondò il giornale La Solidarité, in cui espose più chiaramente le sue idee religiose, sociali, che interrotto dalle guerre del 1870 fu ripreso e continuato nel 1876 dalla Religion Laique, che divenne nel 1890 e sotto la direzione del suo discepolo, P. Verdad (Lessard) La Religion Universelle. Mandava nello stesso tempo importanti articoli al Giornale Italiano, La Ragione, in cui io collaborava con Ausonio Franchi. Degne di nota sono le sue opere intitolate Nouvelle Rivelation, La Vie, e l'altra Théonomie, Démonstration de l'Existence de Dieu. La sua dottrina egli riassunse nel suo Testamento morale con queste parole: Credo alla solidarietà Universale. Voglio la Giustizia e fratellanza umana. Aspiro alla Perfezione. Dio unità suprema, legge universale, Ragione cosciente dell'Universo. Fu la sua vita, come quella di Benedetto Spinoza, la vita di un santo; ed io sono lieto di poterlo ricordare ancora alla Francia e all'Italia, e rendere un supremo omaggio all'amico, all'uomo integerrimo e al pensatore. |