E tu, patrio nostro colle, ove poveri ma innocenti sediamo, già andasti altero per inespugnabile Castello, per temute armi e pel nome di valorosi. Passarono su te l'ire delle guerre e i secoli fuggitivi, e cadesti; nè più una pietra ricorda l'antico tuo splendore: fumano pochi focolari ove prima bollivano ira ed orgoglio.

Non era allora Nebiolo asilo di semplici agricoltori, nè dirupato calle conduceva all'altera sua cima; ancora sono le tracce della agiata strada che dal torrente metteva alla formidabile rocca armi ed armati. Fu questa innalzata nelle prime ire civili d'Italia, allorchè orde di barbari vennero dai servili loro solchi, come addensate tempeste, a distruggere la messe de' nostri fertili campi. Vide per lungo ordine succedersi or miti or turbolenti Signori i Cavalieri di Nebiolo: da questa sede ricevevano leggi e l'opposto Costiolo, e la sorgente Codevilla, e l'amena Torrazza in cui ergevasi la torre delle carceri, e talora vi prestò omaggio anche il delizioso Montebello.

Su quest'erta infieriva il feudalismo: al suono di sue catene invano fremea la morta libertà latina, invano la patria gemea nel vedersi, opera de' barbari, serva de' proprj figli, tiranni dei loro fratelli, e invano innalzava al cielo il sospiro della speranza. Qui sorgeva il tribunale e il patibolo, qui portavano gli schiavi di queste valli la primizia delle loro messi, e tremavano prostrati innanzi al fasto de' loro oppressori. Invano si spargeano i gemiti de' conservi, e mordeano i vassalli fremendo le proprie catene: l'ambizione de' vicini potenti facea loro sovente cangiare oppressore, non fortuna.

III.

Era antica nimistà fra i signori di Nebiolo e quelli del non lontano Stefanago. Aveano seguìte sempre contrarie fazioni, adescavano ognor la discordia fra' loro alleati, e trassero sovente gli abitatori di questi colli a portare le armi contro i loro fratelli. Spesso aveano spinta la guerra fin sotto le loro rocche, posta in dubbio la lor sorte, sparso il comune sangue: se ebbero talora deposti i brandi, li costrinse necessità, non pensiero di pace: la tregua era richiesta a rinnovellare le forze; era calma di bufera che più feroce ridesta l'ira sterminatrice.

Mentre stringeano l'itale contrade le tenebre del secolo undecimo, a Stefanago regnava Stefano II, il più fiero della famiglia e il più valoroso. Era detto il Rosso pel colore della sua bandiera e de' suoi ricciati capelli. Era uomo rabido, feroce, d'animo ardito, intraprenditore, fosco: ruotava lo sguardo qual sinistra cometa, e pari a suono d'acqua cadente, rauca e fiera mandava la voce. Niuno sentìa più di lui l'altezza de' suoi natali, niuno avea maggior sete d'onori e di gloria, niuno più fermo nell'odio e nell'ira: avea portate l'armi nella Crociata, ed era salito illustre fra più valorosi cavalieri.

Guidone era allora signor di Nebiolo: sdegnò seguire la Croce, chè disprezzava uomini e cielo. Si leggevano sulle agrottate sue ciglia cupi pensieri, quasi costrette nubi piene di tempesta: il facile muoversi dell'aggrinzata spaziosa fronte annunziava il succedersi nella sua mente di sempre nuove idee: orgoglioso aveva a schifo abbassare lo sguardo sul verme che gli strisciava al piede; niun lamento giungeva fino al ferreo suo cuore: spirava dall'occhio inquieto tosco, e vendetta, idolo a cui sagrificava anche i proprj affetti. Non conosceva altro dritto che la propria spada, altra legge che il proprio volere, altro consiglio od ajuto che i suoi pensieri e il valore dell'indomabile suo braccio.

IV.

Stefano e Guidone aveansi giurato odio eterno fin dall'infanzia: mentre i loro padri erano uniti per comporre una pace, i figli per puerile giuoco discordi, destati all'ira vennero alle mani, e in sè mostrarono trasfusi l'odio e la fierezza degli avi. Invano i Signori di Malaspina si sforzarono più volte di conciliar gli animi loro, nè solo ottennero di ridurli per pochi momenti in tregua a respirar l'aura stessa: essi non si videro che nella mischia delle battaglie, non s'incontrarono che per macchiarsi del vicendevole sangue.

Non davano mai posa ai loro turbolenti affetti, e spargeano di tanto l'odio proprio ne' loro vassalli, che que' di Nebiolo e di Stefanago non si scontravano mai senza venire alle mani, e le feste di questi colli eran ognora turbate dai loro ratti e dalle loro risse. Si spingeano sempre audaci gli uni sul confine degli altri a rapire le caccie, a calpestare le messi, ad insidiare i coloni, ed ove non potea il valore scendeva lo stile del tradimento. La diffidenza e lo spavento passeggiavano sempre queste valli, e stringevano i cuori, da cui era volta in fuga la gioja della calma.