Era a Stefano una figlia cui sorridea trilustre giovinezza, di cuor gentile e dalle chiome bionde, siccome raggio di sol cadente: a Guidone un Antelmo, ardito, generoso cuore, cui spuntava scarso ancora il primo onor del mento. V'ebbe chi ardì proporre a compor tante liti le loro nozze: Stefano giurò che avrebbe prima strappato di sua mano il cuore dal seno palpitante di Bianca anzichè vederla congiunta ad un Nebiolo; Guidone non rispose che con un amaro sorriso. Non v'era fra i due rivali altra pace che la tomba.

Anselmo era men fiero del padre: talora si dolea di sì pazze inimicizie, ma si dolea con sè stesso, chè fora stato alto delitto sulle sue labbra il profano accento nella casa di Guidone; però ispirato dal furore degli avi e degl'insulti presenti, si procacciava pur sempre di vendicare i suoi e portar nocumento al Rosso. Nè questi si avviliva per ciò, nè tenea il nemico più possente: chè se il Nebiolo avea due spade in campo, era la sua troppo formidabile nella temuta destra, era morte certa ai nemici, folgore sterminatrice di guerra. Pure si dolea sempre al cielo che non concedeva anche ad esso un figlio, per infondergli in petto il suo foco e l'odio suo, invido quindi ordiva sempre insidie alla giovanile imprudenza d'Anselmo, che sebbene valoroso alfine vi cadde.

V.

Taluno di voi ben vide il Castello di Stefanago: egli è tuttora intatto quale s'innalzò nelle passate età. Ben mi ricorda che ancor giovanetto, mentre poteano fisarsi al sole queste luci or chiuse in perpetua notte, errai sovente intorno a quelle solitudini riguardando l'altera mole, e narravano i coloni come s'udivano ivi ancora di notte lunghi ululati di compianto e di lamenti, e gridi di vendetta e fragore di guerra.

Nel cuor di questi dirupi, non lunge dal seno ove la Copia trascina dal monte arene e sassi, in mezzo a minori eminenze, sorge a piramide il poggio solitario su cui torreggia la superba Rocca. Ivi la innalzava uno Stefano perchè gli parve difficile il loco a pigliarsi, mentre potea dominare sovra gli altri e quasi avere l'ossequio de' circostanti colli: così gli lusingava il suo orgoglio, e la chiamò dal suo nome. Meravigliano tuttora i riguardanti come siensi colà ammucchiati tanti massi e tante pietre: i più canuti di quelle valli favoleggiano ancora, che quel Castello si ergesse in tre notti per opera d'incanto. La prepotenza del feudalismo e le fatiche degli schiavi grondanti di sudore, operarono ne' tempi più oscuri queste malìe.

Bella è la vista di Stefanago, o ti diletti contemplarlo da lungi, o ti aggiri al piè della rupe su cui maestoso siede. Gli corre all'intorno quasi alla metà del colle lungo giro di mura, che per le guardie e le vedette accennano, quasi bastite, chiudessero le prime fortificazioni, le quali in varia foggia sorgevano sul pendìo, e dove ora si abbarbica la tortuosa vite. Sulla cima torreggia il maestoso castello procinto di densi baluardi, di propugnacoli e di guerresche difese, d'ogni parte ben serrato, presentando all'oste che ardisse accostarsegli orride bocche di spavento e di sterminio.

Una tortuosa via di pietre dalla valle scorge all'antemurale ed alla uscita estrema: da questa trascorrendo fra le fortificazioni per rapido sentiero, si giunge al secondo ingresso, da cui sassosa scala mette all'inespugnabile Rocca. Sopra la sua ferrata porta si spinge al cielo l'alta torre che orgogliosa per intangibili mura, insulta agli anni ed all'età fuggitive. Essa scopre ad un tempo allo sguardo i monti e le pianure, e piove una grandine di sassi sul nemico che portasse tant'oltre il piede; mentre da ogni parte si mandano per aperti artifiziosi spiragli mille strali di morte.

VI.

Un dì Stefano diede voce ch'egli n'andasse a diporto dai Malaspini a Pregola sul Penice. Anselmo dal padre istigato con breve mano de' suoi valorosi, si spinse su quello del Rosso a depredarne le mandre, a devastarne i campi; e inseguendo i fuggitivi ardito s'inoltrò fin sotto al nemico Castello. Pose fiato alla bellica tromba, e sfidò come altre volte solea i nemici alla battaglia: niuno rispose, e tacile le scolte sostenevano dalle mura il più amaro insulto.

Anselmo diede volta al cavallo per tornarsi, reputando viltà spargere voce di guerra innanzi a' codardi; ma taluno de' suoi più fiero e men generoso, si scagliò ad insultare la sentinella della porta: grida questa per soccorso, vengono pochi de' suoi, la difendono, e in tal modo involontariamente si appicca la mischia. Allora l'armi di Nebiolo son volte contro la porta: dopo breve resistenza cede e sì apre. Fatto ardito il picciolo drappello penetra il primo cortile, sparge terrore, e innalza gridi di vittoria. Ma in quell'istante sbocca Stefano da alcuni sotterranei che dal castello metteano nel sottoposto bosco, prende furiosamente co' suoi i nemici alle spalle, e stretti in luogo angusto, sconosciuto, sopraffatti da' soldati che da ogni parte come onda di crescente fiume precipitavan su loro, in poco d'ora gli ebbe a man salva vinti e fatti prigioni.