De' pochi compagni d'Anselmo che restarono in vita, Stefano fece a quali tagliare l'orecchie, a quali la destra, quindi così mutilati li mandò al loro Signore, dicendo che in tal modo tosava le capre che s'attentavano mozzicare nelle sue vigne; del lupo poi che ardì portare l'avido dente nel suo ovile, avrebbe fatto quanto richiedeagli la vendetta dei suoi cani. Indi ordinò ai suoi sgherri, che troncata la testa ad Anselmo, la si innalzasse sulla maggior vedetta del baluardo.

Non si avviliva il giovane per ciò, ma già fra le mani de' suoi sicarj, fieramente lo insultava; il tacciava di traditore e di vile, e diceagli che se avea petto dovea seco lui discendere al duello.—Ma troppo fiacco è il tuo braccio, perchè osi trattare la spada del valore; tu paventi troppo i Nebiolo, e perciò tendi loro infami insidie, tu cui il solo lampo della loro spada fa tremare ogni vena.—

Ferìano acerbamente Stefano quell'orgoglio e quella rampogna, e meditando più lunga e cruda vendetta, entratogli anco speranza con quest'amo di trarre pure il padre nella rete, richiamò quell'ordine di morte, e fe' gittare il giovane eroe nella torre, stretto di ferri.

Ivi spesso il caricava di tante catene che a fatica poteva reggerle; talora legategli le mani al tergo ed annodatele ad una corda che pendea dalla volta, il teneva sospeso dal suolo, rovesciando miseramente col peso del corpo le braccia: sovente ordinava venisse per giorni intieri immobilmente legato al muro in piedi o boccone sul suolo. Ivi il misero dormendo sul terreno ignudo, pativa disagio d'ogni nutrimento, e sovente alle arse sue labbra dopo lunga sete, si concedevano, a spegnerla, liquori putrefatti o amari.

Fiera è questa torre in cui per brevi spiragli penetra poca luce, e il piano destinato alla carcere si è il primo che sovrasta all'ingresso della Rocca. La scala che conduce ad essa passa per gli appartamenti di Stefano: la porta ne è tutta di ferro, e presso alle imposte di sasso è aperto un tortuoso pertugio che appena consente il passaggio ad una mano, onde per questo ministrare al prigione lo scarso cibo, allorchè non si vuole penetrare la carcere. Stefano ne tenea sempre seco le chiavi, nè si apriva quella porta fatale s'egli non era presente, nè alcuno si accostava al prigioniere senza che esso ne spiasse i moti e gli sguardi, perchè temea mosso a pietà non ardisse in secreto rendere mite la sua vendetta.

VII.

Anselmo però fra tante strettezze e in sì dolorosa vita non si avviliva mai. Nè la scarsità del cibo, nè i sonni interrotti dalle catene, dal duro letto e spesso dalla presenza del truculento nemico, nè i più fieri tormenti, poterono domare l'animo di lui. Ogni volta che udiva stridere le ferree imposte, presago di nuove sciagure, sentìa corrersi per le vene un gelo: però non cangiò mai di aspetto o si atterrì al fulminar degli sguardi di Stefano, e queto sempre udì la minaccia di nuovi tormenti: agli insulti o non rispondeva o opponeva il disprezzo. Il Rosso il premea perchè scrivesse a suo padre di venire in un vicino bosco, ove gli avrebbe acconsentito di parlargli per trattare di pace. Era questo un inganno che ordiva per indurre pure Guidone ne' suoi lacci: ben Anselmo sel vide, nè mai per preci, promesse o minaccie volle annuirvi. Ei non sostenne mai un solo istante che il suo cuore si mostrasse debole innanzi al nemico, e se talora fra i patimenti pur si dolse, il facea sommessamente e solo.

VIII.

Allorchè Anselmo venne trascinato nella torre, Bianca sbigottita al suono dell'armi che s'era sparso nel Castello, accorsa alle grida de' soldati nella stanza per cui passava, vide il giovine bello e disdegnoso fieramente insultato, e n'ebbe pietà. Fu però gelosa che il padre non s'avvedesse di questo sentimento che le muoveva il cuore, poichè si sarebbe tenuta persa. Pensava sempre ai crudi modi con cui udiva opprimersi lo sventurato straniero, e si dolea di non potergli prestare alcun soccorso; però nè osava chiederne, nè muovere accento a svegliare compassione per lui: ben sapea che se l'avesse tradita un sol sospiro, in un loco ove era ignota la pietà, e avrebbe provocata la spaventosa ira del padre, e ridestando gelosi sospetti, accelerata a un tempo la morte dello sventurato.

Anselmo già da molto giaceva nel duro suo carcere, e l'inumano Stefano iroso perchè vedea tornar vano ogni suo pensiero di nuovi tradimenti, e il giovinetto rintuzzare con indomito petto l'ira sua, gli diminuiva ogni dì più il cibo. Quasi meditasse fra que' ceppi lasciarlo perire di fame, già da alcuni giorni non avea schiusa la fatale porta, nè permettea che alcuno si attentasse avvicinarsele, paventando si concedesse al nemico maggior vitto di quanto dall'angusto pertugio ordinava gli venisse ministrato in sua presenza.