Anche Luciano parla della scienza delle cortigiane:

«Di rado permettono agli amanti di avvicinarle, giacchè sanno per esperienza che il godimento è la tomba dell'amore, ma nulla trascurano per prolungare la speranza ed il desiderio.»

Le etere avevano maniere particolari di attirare gli uomini; i loro sguardi, i loro sorrisi, le loro pose, i loro gesti erano tanti allettamenti che spandevano d'intorno; ognuna conosceva a meraviglia quello che bisognava nascondere e quello che si doveva mostrare; talvolta fingevano distrazione ed indifferenza e talaltra silenzio ed immobilità, or correvano dietro la preda per adescarla al passaggio; cambiando di tattica a secondo la natura dell'individuo che volevano accalappiare. Avevano tutte un riso provocante e licenzioso che, da lontano, svegliava le idee più impure, parlando direttamente al senso, e che, da vicino, faceva brillar denti di avorio, trasalir labbra di corallo, scavar rosee fossette in fra le guance e fremer gole di alabastro. Non appena l'etera si era fatta notare da un uomo, gli mandava mazzolini di fiori, che ella aveva portati, frutta nelle quali i suoi denti avevano morso, e gli faceva dire da messaggeri che ella non dormiva più, non mangiava più e che sospirava incessantemente. «Correva a baciarlo quando giungeva, dice Luciano, lo pregava di restare quando voleva partire; faceva le finte di non [pg 18] far toilette che per apparirgli sempre più bella, e sapeva alternar sapientemente le lagrime al disprezzo, conquistando col soave incanto della sua voce.»

Fra le cortigiane era frequentissimo l'amore lesbico. Questo amore che la Grecia non schiacciava col disdegno e che non era nemmeno punito col rigor delle leggi, nè cogli anatemi della religione.

Le sonatrici di flauto cantavano, danzavano, facevano le mime, erano belle, ben fatte e compiacenti.

Di esse Aristagoras, dice:

«Vi ho precedentemente discorso di belle cortigiane ballerine, e non aggiungerò altro, trascurando puranco le sonatrici di flauto che, appena nubili, snervavano gli uomini più robusti e si facevano pagare profumatamente.»

Simili donne avevano tale sapienza nell'arte delle carezze da esaurire Ercole stesso. I libertini che avevano sperimentato le raffinatezze della lussuria asiatica, non potevano più farne a meno e, alla fine del pasto, quando tutti i sensi erano eccitati dal canto e dai suoni, giungevano a tali eccessi di furore erotico, da precipitarsi gli uni sugli altri, sopraccaricandosi di colpi, fino a che la vittoria decideva a chi la suonatrice di flauto dovesse appartenere.

Queste donne, esercitate di buon'ora nell'arte della voluttà, arrivavano a disordini tali che l'immaginazione trascinava tutti i sensi. L'intera loro vita era come una perpetua lotta di lascivia, come uno studio assiduo della bellezza fisica; a furia di vedere la loro propria nudità e di paragonarla con quella [pg 19] delle loro compagne, vi pigliavano tal gusto, e si creavano bizzarri godimenti, tanto più ardenti, in quanto che in essi non avevano punto il concorso dei loro amanti, i quali quasi sempre le lasciavano fredde ed insensibili. Le passioni misteriose che si accendevano così nelle auletridi erano violente, terribili, gelose, implacabili.

Tali depravati costumi erano talmente diffusi fra le donne, che parecchie in fra di loro si riunivano spesso nei festini dove nessun uomo era ammesso e là si corrompevano sotto l'invocazione di Venere.