Alcifrone ci ha conservato il quadro di una di queste feste notturne; è l'auletride Megara che scrive all'etera Bacchis e le racconta i dettagli di un magnifico festino al quale le sue amiche Phessala, Phryallis, Myrrhine, Philumene, Chrysis et Euxippe assistevano, metà etere, metà sonatrici di flauto.

«Che pasto delizioso! il solo racconto ti farà rimpiangere di non avervi assistito; quante canzoni! e che orgia! se ne son vuotate coppe dalla sera all'aurora! Vi erano profumi, corone, i vini più squisiti, le più delicate vivande! Un boschetto ombreggiato da lauri fu la sala del festino. Non vi sarebbe mancato nulla se anche tu vi fossi stata. Appena riunite si accese una disputa che venne ad aumentare i nostri piaceri. Si trattava di decidere se fosse più ricca Phryallis o Mirchina in quei tesori di bellezza che fecero dare a Venere il nome di Callipige. Mirchina si sciolse la cintura, la tunica che indossava era trasparente, si girò; e noi avemmo l'illusione di vedere i cigli a traverso il cristallo; allora impresse alle sue reni un [pg 20] movimento precipitato, guardando all'indietro, e sorrideva allo sviluppo delle sue forme voluttuose che ella agitava. Allora, come se Venere stessa avesse ricevuto quest'omaggio, si mise a mormorare non sò qual dolce nenia che mi commuove tuttora.

«Nondimeno Phryallis non si dà per vinta, s'avanza e grida:—Io non combatto punto dietro un velo: voglio comparire innanzi a voi come in un esercizio ginnico; questa battaglia non ammette maschere.—Ciò detto, fa cadere fino ai piedi la tunica ed inclinando le sue rivali bellezze:—Contempla, o Mirchina, questa caduta di reni, la bianchezza e la finezza della mia pelle e queste foglie di rose che la mano della voluttà ha come sparpagliate sui miei graziosi contorni, disegnati senza grettezza e senza esagerazione. Nel loro gioco rapido; nelle loro amabili convulsioni, questi emisferi non tremolano come i tuoi, il loro movimento somiglia al dolce gemito dell'onda.—Appena finito di pronunziar queste parole raddoppiò i lascivi increspamenti con tanta agilità, che un generale applauso le decretò gli onori del trionfo.

«Si fecero altre scommesse di bellezza, nelle quali risultò vincitore il petto sodo e liscio di Philumena.

«Tutta la notte trascorse in simili piaceri e la terminammo con imprecazioni contro i nostri amanti e con una preghiera a Venere che scongiurammo, perchè ci procurasse ogni giorno nuovi adoratori, giacchè l'inedito è il più stuzzicante incanto dell'amore. Eravamo tutte ebbre quando ci separammo».

Le etere ad Atene dominarono ed ecclissarono [pg 21] le donne oneste, avevano clienti ed ammiratori, esercitavano un'influenza continua sugli avvenimenti politici, e sugli uomini che vi pigliavano parte.

Fu sotto Pericle e pel suo esempio che gli Ateniesi si appassionarono per queste sirene e per queste maghe che fecero molto male ai costumi e moltissimo alle lettere ed alle arti. Durante questo periodo di tempo si può dire che non vi furono altre donne in Grecia e che le vergini e le matrone si tennero nascoste nei misteri del gineceo domestico, mentre le etere s'impadronirono del teatro e della pubblica piazza.

L'Egitto, la Fenicia, la Grecia, colonizzarono la Sicilia e l'Italia, stabilendovi le loro religioni, i loro costumi, e naturalmente i loro vizi.

Le pitture dei vasi etruschi ci dimostrano appunto a che era giunta la raffinata corruzione di questi popoli aborigeni, schiavi ciechi e grossolani dei loro vizii e delle loro passioni. Da mille prove su questi vasi dipinti si vede come la lubricità di questo popolo non conoscesse alcun freno nè sociale nè religioso. La bestialità e la pederastia erano i vizii più comuni, e queste vituperevoli ingenuità, familiari a tutte le età e a tutti i gradi sociali, non avevano altri freni se non alcune cerimonie di espiazione e di purificazione che ne sospendevano talvolta la libera pratica.

Come presso tutti i popoli antichi, la promiscuità dei sessi rendeva omaggio alle leggi di natura, e la donna sottomessa alle brutali aspirazioni dell'uomo, non era se non il paziente istrumento del godimento; doveva far [pg 22] sempre tacere la voce della sua scelta, giacchè apparteneva a chiunque avesse la forza di possederla.