La conformazione fisica di questi selvaggi avi dei Romani giustifica d'altronde tutto quello che si poteva aspettare dalla loro impudica sensualità; avevano le parti virili analoghe a quelle del toro, rassomigliavano ai becchi. In queste razze così naturalmente portate all'amore carnale, il vizio si associava, senza dubbio, a tutti gli atti della vita civile e religiosa.
Ai primi tempi della fondazione di Roma furono stabilite feste, dette Lupercali, in onore del dio Pane, nelle quali i preti percorrevano le vie completamente nudi, ed armati di tirsi coi quali battevano i passanti.
Più tardi si ebbero le Floreali, feste istituite in onore della celebre cortigiana Flora, che legò al popolo romano tutta la sua fortuna. Queste feste che le donne dissolute consideravano come fatte per loro, si davano al circo e servivano di pretesto ai più infami disordini. Le cortigiane vi si recavano in gran pompa, ed una volta là, si liberavano delle vesti, mettevano in mostra compiacentemente tutto ciò che gli spettatori volevano vedere, accompagnando ogni gesto con moti lascivi ed impudichi. Ad un momento convenuto gli uomini nudi anch'essi si mischiavano con tali donne e, al suon di trombe, aveva luogo una spaventevole scena di orgia pubblicamente.
Un giorno Catone si presentò al circo nel momento in cui gli edili stavano per dare il segnale del gioco, ma la presenza di questo gran cittadino impedì lo scoppio dell'orgia. [pg 23] Le donne restavano vestite, le trombe tacevano, il popolo attendeva. Si fece osservare a Catone che lui solo ostacolava la festa; egli allora si alzò, si coperse il volto con la toga ed uscì dal circo. Il popolo applaudì, le cortigiane si svestirono, le trombe sonarono e la baldoria ebbe luogo.
Venere aveva a Roma numerosi tempii, e se le cerimonie del culto della dea non offendevano il pubblico pudore, le feste date in suo onore autorizzavano ed esercitavano il vizio nelle case private, soprattutto presso le giovani dissolute e le cortigiane. D'altro canto le donne romane, così riservate riguardo il culto di Venere non si facevano alcun scrupolo d'esporre il loro pudore alla pratica di certi culti più disonesti e vergognosi, che, nondimeno, non riguardavano se non gli dei subalterni.
Offrivano sacrifizii a Cupido ed a Priapo soprattutto; e non soltanto questi sacrifizii e queste offerte avevano luogo nell'interno delle case, ma ancora in certe specie di pubbliche cappelle, innanzi a statue erette agli angoli delle vie. Le cortigiane non si votavano mai a questo misterioso olimpo dell'amor sensuale; Venere sola bastava loro; erano le matrone e perfino le vergini che si permettevano l'esercizio di questi culti secreti ed impudenti; non vi si abbandonavano se non velate, è vero, prima del sorgere o dopo il tramonto del sole; ma non arrossivano di essere viste adorando Priapo ed il suo sfrontato corteggio.
Il dio Priapo, favorito dalle dame romane, presideva ai piaceri dell'amore, ai doveri del matrimonio, e a tutta l'economia erotica. [pg 24] Lo stesso titolo era decretato al dio Mutunus o Tulunus che non differiva da Priapo se non per la posizione delle statue, le quali erano rappresentate sedute invece che in piedi; in oltre queste statue si nascondevano in edicole chiuse, circondate da boschetti. A questo Mutunus le spose erano condotte prima di appartenere ai mariti, e si sedevano sui ginocchi della statua come per offrirle la loro verginità. Questa offerta della verginità diveniva talvolta un atto reale di deflorazione. Poi, una volta maritate, le donne che volevano combattere la sterilità, ritornavano ancora a visitare il dio, che le riceveva novamente sulle sue ginocchia.
Se i romani, che avevano istituito la prostituzione legale, tolleravano con compiacenza il commercio naturale dei sessi, se ne infischiavano ancor più del commercio contro natura. Questa vergognosa depravazione, che le leggi civili e religiose dell'antichità non avevano pensato a combattere, eccetto quelle di Mosè, non fu mai tanto generalizzata quanto ai migliori tempi della civilizzazione romana.
Le ragazze pubbliche di Roma erano più numerose che non lo fossero mai state ad Atene ed a Corinto; ma vi si sarebbero invano cercato quelle regine della crapula, quelle etere così notevoli per la loro grazia e la loro bellezza che per la loro istruzione ed il loro spirito. I Romani erano più materiali dei Greci, non si contentavano delle delicatezza della voluttà elegante, e non avrebbero mai ricercato in una donna di piacere un trattenimento spirituale. Per essi il piacere consisteva nell'atto materiale, e siccome erano per natura di temperamento [pg 25] ardente, d'immaginazione lubrica, di una forza erculea, non chiedevano se non godimenti reali, spesso ripetuti, largamente soddisfatti, ed mostruosamente variati.
La corruzione maschile era certo più ardente a Roma che non lo fosse la corruzione feminile. Erano i figli degli schiavi che si istruivano a subire le sozzure di un osceno commercio.