Gli adolescenti formati a quest'arte impura sin dal settimo anno, dovevano riunire certe esigenze di bellezze che li avvicinavano al sesso feminile, erano sbarbati e senza pelo, unti di olio profumato, con lunghi capelli a buccoli.

Tutti questi vili servitori del piacere e del vizio si dividevano in due categorie, arrogandosi in generale diritti sulle loro attribuzioni speciali; vi erano quelli che facevano sempre da vittime passive e docili, ve ne erano di quelli che divenivano attivi a loro volta e che potevano al bisogno rendere impudicizia per impudicizia ai loro dissoluti mecenati. Questi ultimi, di cui le dame romane non sdegnavano i buoni ufficii, erano gli eunuchi, ai quali la castrazione aveva risparmiato il segno della virilità.

Per ben comprendere l'incredibile abitudine di questi orrori presso i Romani, bisognerà rappresentarsi che essi chiedevano al sesso mascolino tutti i godimenti che poteva dar loro la donna, e qualche altro, più straordinario ancora, che questo sesso, destinato all'amore dalle leggi della natura, avrebbe penato molto a soddisfare. Ogni cittadino, fosse il più raccomandabile pel suo carattere ed il più altolocato per la sua posizione sociale, [pg 26] aveva in casa un serraglio di schiavi sotto gli occhi dei suoi genitori, di sua moglie e dei figli. Roma del resto era piena di gitani che si vendevano così come le donne.

Un pretesto alle pratiche viziose erano i bagni; questi stabilimenti comuni ai due sessi e quantunque avessero ognuno la vasca o la stufa a parte, pure potevano vedersi, incontrarsi, parlarsi, ordir intrighi, fissar convegni e moltiplicare gli adulterii. Ognuno conduceva là i suoi schiavi maschi e femmine, per guardar le vesti e farsi pelare, raschiare, profumare, confricare, radere, pettinare. I padroni dei bagni avevano pure schiavi addestrati a qualunque specie di servizio, miserabili agenti d'impudicizia che si noleggiavano per qualunque uso. Questi stabilimenti contenevano un gran numero di sale dove si trovavano letti da riposo, nei quali ragazzi di ambo i sessi si tenevano a disposizione dei clienti.

Giovenale in una sua satira, ci presenta una madre di famiglia che aspetta la notte per recarsi ai bagni con tutto il fardello di pomate e di profumi: «Tutto il suo godimento consiste a sudare con grande emozione quando le sue braccia cadono rotte sotto la vigorosa mano che la massa, quando il bagnino animato da questo esercizio fa trasalire sotto le sue dita l'organo del piacere, e scricchiolar le reni della matrona».

L'abitudine dei bagni sviluppava una specie di passione, per gl'istinti ed i gusti i più avvilienti; vedendosi nudi, contemplando tutte quelle nudità che facevano pompa dintorno nelle pose più oscene, nel sentirsi toccare dalle frementi mani del bagnino, i romani erano presi [pg 27] irresistibilmente da una rabbia di piaceri nuovi ed ignoti, per soddisfare i quali consacravano tutta la loro esistenza.

Era là che l'amore lesbico aveva stabilito il suo santuario; e la sensualità romana si arricchiva ancora sul libertinaggio delle allieve di Saffo.

Queste donne apprendevano la loro esecrabile arte a fanciulli ed a schiavi chiamati fellatores; simili impurità erasi talmente radicate a Roma che un satirico scrive:

«O nobili Romani, discendenti della dea Venere, fra breve non troverete fra di voi un labbro casto per rivolgerle le abituali preghiere».

Nelle strade, alla passeggiata, al circo, al teatro le cortigiane alla moda comparivano circondate da una folla di ammiratori; erano giovani dissoluti che facevano vergogna alle loro famiglie; liberti ai quali le mal acquistate ricchezze non avevano lavato la macchia della schiavitù; erano artisti, poeti, attori, che sfidavano volentieri la pubblica opinione. Bisognava vedere la sera sulla Via Sacra questo convegno quotidiano del lusso, della crapula e dell'orgoglio per rendersi conto quanto numerosa e brillante fosse quest'armata di cortigiane alla moda, che occupava Roma quale città conquistata.