Convenivano là ogni giorno a far mostra e dar spettacolo di civetteria, di toilette e d'insolenza, fra le matrone che ecclissavano coi loro incanti e colla loro spudoratezza. Talvolta si facevano trasportare da robusti abissini in lettighe scoperte, nelle quali erano coricate seminude, le braccie cariche di bracciali, le dita di anelli, la testa inclinata sotto [pg 28] il peso degli orecchini, del nimbo e delle forcinelle di oro; accanto ad esse bellissime schiave facevano lor vento con ventagli di penne di paone.

Or sedute or impiedi nei carri leggeri, guidavano esse stesse i cavalli e cercavano di oltrepassarsi l'un l'altra. Le meno ricche andavano a piedi; tutte bizzarramente vestite con stoffe screziate di lana o di seta, sempre pettinate artisticamente; coi capelli in treccie formanti diademi biondi o dorati, intermezzati di perle ed altri gioielli.

Le matrone vi convenivano pure la maggior parte in lettiga od in carrozza e non affettando un contegno molto più decente delle cortigiane di professione. Si mostravano sulla pubblica via per far pompa delle toilettes e del loro corteggio; queste sortite avendo spesso lo scopo di procacciarsi un amante o piuttosto un vile e vergognoso ausiliario alla loro lubricità.

Giovenale ne dà il seguente interessantissimo quadro:

«Nobile e plebee sono tutte egualmente depravate. Quella che calpesta il fango delle vie non val più della matrona portata sulla testa dai grandi sirii. Per far bella mostra di sè, ognuna noleggia una toilette, un corteggio, una lettiga, e guanciali ed una nutrice e una giovanetta dai capelli biondi, incaricata di prendere i suoi ordini. Povera ella prodiga ad imberbi atleti ciò che le resta dell'argenteria dei suoi avi; dà loro fino agli ultimi pezzi. Ve ne sono di quelle che ricercano solo gl'imberbi eunuchi impotenti, dalle molli carezze e dal mento senza barba, [pg 29] perchè così non corrono il rischio di dover preparare qualche aborto».

Le satire di Giovenale sono piene delle prostituzioni orribili, che le signore romane si permettevano quasi pubblicamente, e di cui gli eroi erano infami istrioni, schiavi vili, vergognosi eunuchi, atroci gladiatori.

«Vi sono donne che gioiscono a cercare i loro amanti nel fango ed i cui sensi non si svegliano se non alla vista di uno schiavo, di un servo. Altre impazziscono per un gladiatore, per un impolverato mulattiere, per un istrione che mostra le sue grazie in sulla scena».

In questa Via Sacra si vedeva spesso un Nubiano toccare in sulla spalla di un ragazzo dalla lunga capellatura, era un vecchio senatore dissoluto che chiamava questo giovanetto metamorfosato in donna; altrove un robusto portatore di acqua che si trovava a passar per caso era disputato da due grandi dame che lo avevano notato simultaneamente e che facevano a gara a chi fosse la prima a sacrificargli l'onore. Un gesto, uno sguardo, un qualunque segno, e gladiatore, eunuco, fanciullo si presentavano, non disdegnando di prestarsi ad alcun genere di servizio per quanto abbominevole fosse.

Petronio ci dà incredibili dettagli sulla vita dei ricchi Romani, soprattutto nei festini. Non erano solo succolenti pasti, ma sovente spaventevoli conciliabuli di orgie smodate, arene d'impudicizia.

Non si mangiava e si beveva senza interruzione, ma si avevano intermedii di specie differenti; dapprima oscene conversazioni, [pg 30] provocanti o voluttuose; poi musica, danze e divertimenti di esasperata libidine.