«A tali incerti sguardi, già si sente girar il pavimento di sotto, la tavola si solleva ed i lumi si vedono doppi. Ebbene! dubitate forse ancora delle oscenità di Tullia, delle proposte che fa a quella Maura troppo famosa che è la sua più intima amica, quando Maura passa dinnanzi al vecchio altare del pudore?
«E là che esse fanno, durante la notte, fermar la loro lettiga, e là che si estrinseca il loro furor concentrato, e che dopo di aver sfidato la statua del dio con i più bizzarri insulti, si abbandonano al chiaror della luna ad assalti reciproci di cui la natura ne freme. Tutti sanno che avviene nei misteri della [pg 33] buona dea, quando le trombette agitano queste specie di furie, e quando egualmente ebri di cibo e di vino, fanno volare turbinosamente i loro capelli sparsi, invocando al Dio Priapo. Quali desiderii! e quali slanci! E che torrenti di vino scorrono sulle loro cosce!
«Sarfeïa, colla corona in mano, provoca alcune vili cortigiane, e vince il premio offerto alla lubricità. A sua volta rende omaggio agli ardori di Medullina; quella che trionfa in tale conflitto è proclamata la più nobile. Nulla si fa per finzione: le attitudini sono di una tale verità che infiammerebbero il vecchio Priamo e l'infermo Nestore. Diggià gli esaltati desiderii vogliono essere assopiti; diggià ogni donna riconosce che non stringe tra le braccia se non una donna impotente, e l'antro echeggia di questi unanimi gridi: Introducete gli uomini, la dea lo permette: il mio amante dorme forse? che lo si svegli subito... se il mio amante non viene, mi abbandono agli schiavi, e se di schiavi non ve ne sono, che si apporti un asino... subito!!!»
I libertini ricercavano a qualunque prezzo i primi fiori delle vergini, ciò che costituiva un lucroso commercio pei lenoni, che arrivavano perfino a vendere ragazzine dai 7 ad 8 anni, per essere più certi della condizione di una mercanzia sì fragile e sì rara.
La gelosia, come l'amore, sembrava passata di moda, e si vivea troppo in fretta per consacrare interi anni ad una sola passione; e perciò che si trovano in tale epoca poeti disposti a cantare il libertinaggio. E che Marziale dice francamente: «Nessuna pagina del mio libro è casta, e quindi quelli che mi leggono sono giovani e ragazze dai facili [pg 34] costumi, vecchie che hanno bisogno di solletico. Ho scritto per me, dice alle venerabili matrone che leggevano le sue opere di nascosto, e che l'accusavano di non scrivere per le donne oneste, ho scritto per me, pel ginnasio, per le terme: gli studiosi sono da questa parte, ritiratevi dunque, noi ci svestiamo; andate via se non volete veder uomini nudi! Qui, dopo aver bevuto, Tersicore, coronata di rose, abdica il Pudore, e nell'ebrezza, non sapendo più cosa dire, invoca ad alta voce ciò che Venere trionfante riceve nel suo tempio al mese di agosto, e ciò che il villico mette in sentinella in mezzo al suo giardino, quello che la vergine casta non può guardare se non mettendosi la mano sugli occhi.» ed allargando le dita, aggiungiamo noi.
Fa il ritratto di Lesbia che ama la pubblicità, i piaceri segreti non hanno alcun sapore per lei, perciò la sua porta non è mai chiusa, nè guardata, quando ella si abbandona alla lubricità. Vorrebbe che tutta Roma la guardasse in quei momenti, e non si turba nè si scomoda se qualcuno entra, giacchè il testimone del suo libertinaggio le procura più godimento che il suo amante stesso. La sua più grande felicità è di essere sorpresa in flagrante.
Lacamè si fa servire al bagno da uno schiavo di cui il sesso è decentemente nascosto da una cintura di cuoio nero, mentre giovani e vecchi si bagnavano nudi con essa; perciò Marziale si vede autorizzato a chiederle: «Ma che, forse il tuo schiavo è l'unico che sia veramente uomo in fra tanti?».
Ligella spela i suoi avvizziti incanti: «se ti resta un qualunque pudore, le grida [pg 35] Marziale, cessa di strappar la barba ad un leone morto».
La maggior parte delle cortigiane non erano Greche, esse non venivano da molto lontano, e molte ne uscivano dai sobborghi di Roma, dove le madri le avevano vendute alla crapula. Nondimeno si ricercavano le donne Greche, e si pagavano più care delle altre, ed è perciò che quasi tutte le cortigiane si dicevano di tal paese. Una cortigiana, certa Lelia, avéva mandato a memoria qualche parola greca, che ripeteva continuamente con un accento romano; Marziale le dice:
«Quantunque tu non sii nata nè a Efeso, nè a Rodi, nè a Metilene, ma in una casa dei sobborghi patrizii, quantunque tua madre, che mai non conobbe cosa volesse dir lavarsi, sia nata presso gli Etruschi dalla carnagione olivastra, e che quel rustico di tuo padre sia originario della campagna di Aricia, tu impieghi a qualunque proposito questo dolci espressioni greche: vita mia, anima mia! Come, tu cittadina di Ersbia e di Egeria osi parlare così!? Tu non sai come fare per parlare il linguaggio di una pudica matrona: ma non dici nulla di più tenero quando i desiderii ti tormentano? Va, Lelia, quand'anche giungesti a saper a mente Corinto, non sarai mai Lais!».