Ecco uno dei più curiosi epigrammi di Marziale, egli si rivolge a Galla:
«Il tuo viso è tale che nessuna donna oserebbe dirne male, tu non hai neppure una macchia sul corpo. Perciò ti meravigli senza dubbio di non aver mai ispirata alcuna passione, e di non veder mai ritornare a te l'uomo col quale hai dormito una notte. Ciò [pg 36] dipende dal fatto che tu hai un enorme difetto. Ogni volta che io ti avvicino per fare all'amore e che agitiamo i nostri corpi voluttuosamente confusi, la tua vagina fa rumore e tu taci. Piacesse al cielo che tu parlassi e quell'organo tacesse! Giacchè il suo mormorio non mi lusinga affatto; preferisco il rumor del tuo deretano, il quale almeno ha una certa utilità ed allo stesso tempo provoca ilarità».
Fu sotto gl'imperatori, per l'influenza dei loro costumi depravati, pei loro esempii e le loro malsane istigazioni, che la società romana fece spaventevoli progressi nel vizio, il quale finì di disorganizzarla.
Giovenale esclamava allora:
«Il vizio è al suo colmo: Ecco disgraziati a qual punto di decadenza siamo giunti! Abbiamo, è vero, portate le nostre armi fino ai confini dell'Iberia, abbiamo anche recentemente sottomessi gli Orcadi e la Brettagna, dove le notti sono sì corte, ma quello che fa il popolo vincitore nella città eterna, non lo fanno i popoli vinti!»
Infatti quello che restava di buoni costumi a Roma fu perduto dal giorno in cui il capo dello Stato finì di rispettarlo.
Giulio Cesare, questo grand'uomo di cui il genio innalzò a tanta potenza le armi romane, la politica e la legislatura; Giulio Cesare fu il primo ad offrire al popolo romano l'indecente esempio della propria depravazione. Tutti gli storici del tempo sono d'accordo nel dire che egli era portato molto verso i piaceri sensuali e nulla risparmiava per soddisfarli. Sedusse un numero infinito di donne per bene. Non rispettava nè il suo [pg 37] talamo, nè quello degli altri. Questo dittatore volle fare una legge che gli permetteva di godersi tutte le matrone che gli andavano a genio, sotto pretesto di moltiplicare gli uomini della sua illustre razza!
Nessuno ignora lo scandaloso festino di Augusto e dei suoi cinque compagni di orgia con sei rispettabili matrone romane. Vestiti da dei e da dee imitavano gl'impudicissimi costumi olimpici descritti nelle favole. Augusto commise un incesto con la propria figlia, dal quale nacque la madre di Galigola. Marcantonio parlando dei tirannici costumi di Augusto, dice che in un festino, fece passare dalla sala da pranzo nella camera vicina, la moglie di un console, pur trovandosi il marito fra gl'invitati, e quando ella ritornò con Augusto, i banchettanti avevano avuto il tempo di vuotar più di una coppa in onore di Cesare, e la matrona aveva le orecchie rosse ed i capelli in disordine. Tutti lo notarono; solo il marito non vi fece caso.
Le orgie di Augusto paragonate a quelle di Tiberio erano ingenue ed innocenti. Questi commise delitti che nessuno prima di lui aveva osato immaginare. A Caprea, dove soggiornava abitualmente, fece costruire una grande camera, sede delle più secrete sregolatezze. Là una moltitudine di giovanette e di giovanetti diretti dagli inventori di una mostruosa prostituzione, formavano una triplice catena e mutualmente e carnalmente allacciati, gli passavano dinnanzi per rianimare i suoi sensi esauriti.
Sua moglie accettava volentieri tutte le dichiarazioni di amore che le venivan fatte. Riceveva i suoi amanti in folla e correva [pg 38] con essi pazzamente per le vie della città. La ragione e le leggi del pudore non si fecero mai sentire in casa di questa depravata principessa.