«I crociati, dice Alberto d'Aise, si comportavano da gente grossolana, insensata ed inetta quando l'amore carnale spegneva in essi la fiamma dell'amore divino; vi erano nelle loro fila una quantità di donne, vestite da uomini, e viaggiavano tutti insieme senza distinzione di sesso, confidandosi all'azzardo di una spaventevole promiscuità. I pellegrini non si astenevano dalle illecite riunioni, nè dai piaceri della carne; si abbandonavano senza tregua a tutti gli eccessi della culinaria, si divertivano colle donne maritate o con le zitelle, le quali si erano allontanate di casa loro appunto per abbandonarsi perdutamente ad ogni specie di vanità.»

Quando le donne mancarono ai crociati in Palestina, dove la religione di Maometto si opponeva a qualunque illecito commercio coi cristiani, si fece venire dall'Europa un rinforzo di belle ragazze, che concorsero a modo loro al trionfo delle crociate.

Uno storico arabo aggiunge che l'esempio dei franchi fu contagioso pei loro nemici, i quali vollero anch'essi aver donne di piacere nelle armate, dove non erano mai state permesse simili sregolatezze.

Nelle antiche storie militari tanto di Francia che delle altre nazioni europee è spesso fatto cenno di questa affluenza di prostitute nelle armate, di cui la dietro guardia si componeva sempre di simili specie di donne e dei loro depravati compagni. Giovanni di Bazano parla di un capitano tedesco, chiamato Garnier, che invase alla testa di 3500 lame il territorio di Modena e di Mantova, [pg 52] nel 1342, accompagnato da 1000 prostitute, e da ragazzi libertini e corrotti.

Sono indescrivibili le abbominazioni del regno di Carlo VI, dove il clero, la nobiltà ed il popolo lottavano in perversità ed in turpitudine. Nicola di Clemenzio, arcidiacono di Bayeux, esclamò: «A proposito delle vergini consacrate al signore, dovremmo ritracciare tutte le infamie dei luoghi di prostituzione, tutte le astuzie e la sfrontatezza delle cortigiane, tutte le opere esecrabili della fornicazione e dell'incesto; giacchè, vi prego di credere, che ai dì nostri nei monasteri le donne si consacrano più volentieri al culto di Venere che a quello di Dio! Tali luoghi potrebbero definirsi degli spaventevoli ricettacoli, nei quali una gioventù sfrenata si abbandona a tutti i disordini della lussuria, di nodo che non vi ha alcuna differenza di far prendere il velo ad una giovanetta o di esporla pubblicamente in un luogo abbominevole.»

Per le donne pubbliche non si aveva pietà alcuna, quando la decenza ed il pudore sembravano banditi dai costumi, quando i soli abiti scollacciati erano alla moda, a dispetto degli editti suntuarii.

Le donne avevano per costume di adornarsi di vesti aperte lungo i fianchi e rialzate in modo da lasciar intravedere la gamba, e perfino la coscia nuda; in quanto alla gola se la scoprivano fino ai capezzoli delle mammelle!

Per rendersi conto del grado di pervertimento a cui certi nobili fossero giunti, abbandonandosi a tutte le specie di aberrazioni sensuali, basta leggere negli archivii [pg 53] di Nantes, il processo intentato al maresciallo di Francia, Gilles de Rietz, che fu condannato al rogo nel 1440.

La lettura della Vita dei dodici imperatori romani di Svetonio, aveva eccitato questo potente signore ad imitare i loro mostruosi pervertimenti sessuali. Come Tiberio e Nerone, egli si appassionò pel sangue mischiato alla immondizia: l'unico suo passatempo era di corrompere i fanciulli che faceva rubare un po' dappertutto.

Si trovarono nei sotterranei dei castelli di Chantocè, della Suze e d'Ingrande, le ossa calcinate e le ceneri di tutti i fanciulli che il maresciallo di Rietz aveva assassinati, dopo di averne abusato. Questi delitti finì per confessarli lui stesso.